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Ricette e abbinamenti cibo-vino ispirati alla tradizione Ligure-Piemontese

2019. È l’anno del Dolcetto… finalmente!

Il Dolcetto è un vino sorprendente.

Sorprende il suo colore rubino vivo ma al contempo profondo; sorpende trovare nel suo profumo fresco e vinoso una nota di mandorla; sorprende il suo sapore secco con retrogusto amarognolo, quando il nome lascerebbe intendere che ci stiamo avvicinando ad un vino zuccherino; sorprende l’equilibrio che esprime anche se bevuto ancora giovane, in virtù della bassa acidità e dei tannini sufficienti a renderlo gradevolmente ruvido sulla lingua ma mai troppo allappante.

Vitigno Dolcetto: grappolo ampio con bacche piccole e bluastre

Sorprendente quindi potrebbe apparire anche la notizia che un vino tanto accattivante necessiti di un importante rilancio per contrastare un, oramai molto lungo, periodo di progressivo abbandono, invece le ragioni della “crisi del Dolcetto” sono molteplici e non semplici da coreggere.

Benvenga allora l’iniziativa di Regione Piemonte, Consorzi di tutela, Enoteche regionali e Botteghe del vino di eleggere il 2019 anno del Dolcetto per accendere l’interesse sul vitigno e farne conoscere i diversi vini che ne derivano, ben 12 denominazioni solo in Piemonte, tre DOCG e 9 nove DOC: Dogliani DOCG, Dolcetto di Diano d’Alba o Diano D’Alba DOCG, Dolcetto di Ovada Superiore o Ovada DOCG, Dolcetto d’Alba DOC, Dolcetto d’Asti DOC, Dolcetto d’Acqui DOC, Monferrato Dolcetto DOC, Colli Tortonesi Dolcetto DOC, Langhe Dolcetto DOC, Pinerolese DOC Dolcetto, Dolcetto di Ovada DOC e il Piemonte Dolcetto DOC (Apri la mappa delle denominazioni DOC e DOCG del Dolcetto in Piemonte fonte: visitpiemonte.com).

Scopriamo insieme le contraddizioni di un vino che, ne siamo certi, vi intrigheranno e che vi faranno desiderare di scoprirlo per sorprendervi anche voi.

Guarda il video di presentazione dell’iniziativa.

Il Dolcetto è dolce… e non lo è.

Il vino Dolcetto è secco, la bacca invece ha un sapore dolce.
Ecco che già nel nome, il quale peraltro sembra non derivi neppure dalla sensazione al palato quanto piuttosto dal tipo di territorio più adatto alla coltivazione, i dossi (duset) collinari, si innesta la prima criticità.
Infatti, il fraintendimento può portare un consumatore non edotto a NON scegliere, o anche a scegliere, questo vino per la ragione sbagliata. Che ci sia stata anche questa riflessione, oltre all’evidente intenzione di valorizzare il territorio, alla base della scelta del consorzio di Dogliani di omettere il nome del vigneto nella denominazione?
Da qui scaturisce l’importanza, quasi un’urgenza, di raccontare il Dolcetto e il calendario delle iniziative in programma per quest’anno di occasioni per farlo ne offre davvero molte (scarica il calendario eventi: 2019 Anno del Dolcetto  fonte: visitpiemonte.com).

Secco sì ma poco acido e quindi morbido.
Questa qualità rende il Dolcetto gradevole quando è ancora molto giovane e nello stesso tempo rende più delicato l’invecchiamento. Così le stesse ragioni che sono all base della sua fama di vino beverino, a tutto pasto che ne ha decretato lo straordinario successo di un tempo si pongono anche alla base della difficoltà attuale di soddisfare il gusto del consumatore moderno, sempre meno incline a portare in tavola ogni giorno un vino semplice e più interessato al vino come esperinza, ricca di complessità, da vivere in particolari occasioni.

Dunque la valorizzazione del Dolcetto si muove, o meglio si è già mossa, su un doppio binario. Da una parte dando nuovo lustro alle qualità di freschezza e bevibilità che questo vino, già equilibrato ed armonico nel primo anno, offre senza mai scadere nel banale, compiacendo chi cerca un vino conviviale o attraverso il quale iniziare un percorso di assaggi, oltre che un vino che si sposa meravigliosamente con tutti i piatti più importanti della ricca tradizione clulinaria piemontese.
Dall’altra con il lavoro in cantina prezioso e accurato di molti produttori si è data vita a vini di maggiore complessità, adatti all’invecchiamento e capaci di offrire soddisfazione anche ai palati più esigenti.

I Dolcetto sono tanti

l Dolcetto vanta una lunga tradizione soprattutto nelle Langhe (zona di Alba e Dogliani) e nel Monferrato (zona di Acqui e Ovada), tanto da costituire quasi un binomio inscindibile con queste terre sebbene la coltivazione sia idonea anche in Abruzzo, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Umbria e in Liguria dove, forse, potrebbe trarre le sue origini e dove prende il nome di Ormeasco.
Oltre alle nove denominazioni piemontesi sono ammesse altre tre DOC (Ormeasco di Pornassio, Valpolcevera e Valsusa) e ventidue IGT.

Dolcetto Denominazioni Ammesse

MIPAAF – Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto Denominazioni Ammesse

Il Dolcetto è un vitigno che interpreta terreni diversi offrendo esperienze diverse: ancora una volta un punto di forza che è anche un vulnus perché se da una parte la ricchezza espressiva è sempre un valore, dall’altra rende più complesso tracciarne un’identità, renderlo universalmente riconoscibile.

Un giovane molto âge

Sicuramente coltivato allo scadere del XVI secolo, ma forse già diffuso alla fine del Medioevo, il vino Dolcetto vive, a partire dall’iniizo del XIX, secolo quasi 100 anni di grande diffusione soprattutto nelle regioni di Nord-Ovest: Liguria, Pemonte e Lombardia.
Sarà l’epidemia di filossera che investe il nostro paese a cavallo tra otto-novecento a segnare la storia del Dolcetto con due importanti contromisure: il reimpianto delle viti su base radicale americana (la quale aveva sviluppato resistenza al parassita) che ha determinato un interruzione nell’evoluzione del vitigno originario (ne sopravvivono solo pochi, sparuti impianti) e un’ampia sostituzione con impianti di Barbera, vitigno con cui condivide i terreni di elezione ma che risulta più resistente e offre una resa maggiore.
Inoltre, in tempi più recenti, lo straordinario successo globale di Barolo e Barbaresco e la conseguente alta remunerabilità di questi vini, hanno indotto nelle Langhe una massiccia sostituzione delle colture a Dolcetto con vigne di Nebbiolo.
Insomma i dati parlano chiaro: l’ISTAT rileva una riduzione delle superfici vitate a Dolcetto, a livello nazionale del 60% tra il 1970 e il 2010, mentre in Piemonte gli ettari coltivati da Dolcetto passano da 5.246 (dato ISTAT) del 2010 ai 3.800 del 2018 (dato Regione Piemonte).

MIPAAF - Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto- Evoluzione delle superfici vitate

MIPAAF – Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto- Evoluzione delle superfici vitate

Per invertire questa tendenza è evidentemente indispensabile aumentare la redditività dei vini Dolcetto ovvero stimolare un aumento del prezzo per incentivare i produttori. In questo senso la riduzione delle quantità disponibili ha già dato un piccolo contributo: la minore offerta comporta di per sé un incremento del prezzo. Ma il vero fronte su cui lavorare è sicuramente quello della maggiore qualità e soprattutto di una forte crescita della domanda.

Ed ecco l’ultimo dei paradossi: un vino che si fa apprezzare da giovane ma che sta imparando ad invecchiare bene e, al cotempo, un vitigno antico che dovrà essere impiantato nuovamente e che quindi darà vita a giovani vigneti.

Per tutte queste ragioni, che sono contraddizioni solo dialettiche, non possiamo che auguraci che l’Anno del Dolcetto sia un grande successo e segni la riscossa di un vino che amiamo moltissimo.

2019 Anno del Dolcetto, Emoji Pattern, Simone Monsi

Emoji Pattern, 2018 di Simone Monsi, Visual artist. Pattern grafico commissionato per il Padiglione Piemonte a Vinitaly 2018 ed etichetta ufficiale di 2019 Anno del Dolcetto.

Per restare aggiornati sulle iniziative consigliamo di seguire la pagina Facebook di Piemonte Land, organismo che riunisce i principali Consorzi del vino piemontesi e armonizza le strategie di promozione del vino sui mercati nazionale e internazionali.

Ricetta della sangria: ciliegie e Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC

La sangria è una bevanda a base di vino, frutta e spezie particolarmente adatta all’ora dell’aperitivo e alle feste in giardino d’estate… o almeno queste sono le occasioni in cui a noi piace prepararla e offrirla.
La preparazione è molto semplice e tuttavia può essere utile qualche consiglio per scegliere e dosare gli ingredienti.

Sangria con le ciliegie

Dunque, sorvoliamo sulle origini (iberiche) della ricetta della sangria e sull’etimologia del termine e arriviamo subito all’elemento chiave della preparazione: la scelta del vino.
Sebbene la frutta e lo zucchero ne modifichino, anche sostanzialmente, il gusto, non sperate di cavarvela con un vinello da poco: il rischio è di ottenere una bevanda acidula o sciapa. Scegliete invece un vino di buona gradazione alcolica (minimo 11 gradi), con un buon profumo (che non si faccia surclassare dalla frutta e dalle spezie ma vi si armonizzi) e che sfoggi un bel colore rosso vivo (anche l’occhio vuole la sua parte!).
Noi utilizziamo la nostra Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC (vol. 12%).

Le dosi che vi proponiamo sono per una bottiglia di vino (750 ml): riproporzionate gli ingredienti a seconda delle vostre necessità.

  • ½ bicchiere (50 ml circa) di rhum
  • 2 arance
  • 1 limone
  • 1 o 2 pesche (a seconda della dimensione)
  • 1 o 2 mele (a seconda della dimensione)
  • ½ stecca di cannella
  • 3 chiodi di garofano
  • 2 – 3 cucchiai di zucchero

Ricetta della sangria: gli ingredienti
Per prima cosa sciogliete lo zucchero nel vino: per facilitare l’operazione si può tritare per qualche minuto lo zucchero nel frullatore in modo da favorirne lo scioglimento anche senza dovere mescolare energicamente e a lungo il vino.

Lasciar riposare il vino con la cannella e i chiodi di garofano per aromatizzarlo.
Alcuni utilizzano anche una bacca di vaniglia ma noi non la riteniamo molto adatta.
Le spezie dovranno essere rimosse prima di servire la sangria: per facilitarne il recupero si possono inserire le spezie in un sacchettino garza o in un colino per il té.

Intanto iniziate a lavare e tagliare la frutta.
Spremete metà degli agrumi e tagliate a fettine sottili con la buccia l’altra metà. Ricordate di filtrare sempre il succo degli agrumi.

Tagliate la frutta (pesche e mele) a spicchi sottili. Unite il tutto al vino e mettere a riposare in frigo in un contenitore chiuso (riduce l’ossidazione del vino) per almeno 3 ore ma, se possibile, di più.

Tradizionalmente la sangria viene servita in una particolare caraffa detta “jarra”, munita di una sorta di cucchiaio di legno che si utilizza per trattenere la frutta mentre si versa la bevanda nel bicchiere.
In effetti, la frutta non andrebbe travasata nel bicchiere ma bisogna dire che è davvero molto buona e a molti fa piacere, quindi decidete liberamente ma se optate per presentare la frutta, mettete a disposizione gli stecchini da spiedino.

La sangria è un drink particolarmente usato nella stagione estiva e quindi spesso non è semplice mantenerla fresca.
Se si utilizza il ghiaccio, consigliamo o di metterlo in un contenitore capace di accogliere la caraffa oppure di offrirlo in una coppetta a parte con le pinze per aggiungerlo nel bicchiere al momento, evitando così di annacquarla.
Del resto deve essere servita fresca ma non ghiacciata: diciamo che la temperatura ideale potrebbe essere tra i 10° e i 12°.Aperitivo con la sangria

Le varianti in realtà sono infinite.
A seconda dei gusti e della stagione si possono aggiungere altri frutti come melograno oppure fragole, ciliegie, frutti di bosco che, se usati interi, possono generare anche un bell’effetto visivo senza modificare sensibilmente il gusto.
Se si vogliono variare un po’ i colori si può usare anche qualche acino di uva bianca e le fettine di lime al posto di quelle di limone.
In estate c’è chi aggiunge melone e anguria: in alcuni casi la sangria viene servita proprio dentro a un cocomero svuotato. Dipende tutto dai gusti personali ma noi sembra che questi frutti risultino un po’ troppo invadenti.

Anche il grado alcolico può essere regolato, sia aumentando o diminuendo la quantità di liquore che scegliendo di aggiungere della soda per “allungarla” un po’.
Il liquore stesso può cambiare, e al posto del tradizionale rhum (che però preferiamo) si possono utilizzare cointreau, cognac o brandy.
Ultimamente ci è capitato di provare il mirto ed è stata un scoperta piacevolissima.

Buona preparazione e buon divertimento!


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Panino Monferrino: mai più senza! Tanti prodotti tipici in un sol boccone

Il Panino Monferrino ce lo siamo inventato noi… forse.
Beh, può essere che qualcuno ci avesse già pensato, ma noi non lo sapevamo e così, quando abbiamo avuto l’idea di sposare i sapori più buoni del nostro territorio, il risultato ci è apparso subito come una rivelazione: il paradiso fatto panino 😀 .

Panino Monferrino: robiola di Roccaverano, miele, nocciole, testa in cassetta di Gavi

Dunque per preparare il “Panino Monferrino” perfetto vi occorre:

  • pane: meglio se tipico, così vi consigliamo le papere, panini tipici caratteristici del Monferrato, bianchi, molto leggeri (a volte, quasi vuoti dentro) ma con la crosta sottile e quindi al contempo morbidi e croccanti. La papera è piuttosto diffusa anche in Liguria e si riconosce facilmente perché nel mezzo ha un avvallamento, fatto con il taglio della mano prima di mettere il pane in forno;
  • robiola di Roccaverano: è un formaggio DOP a pasta fresca prodotto con latte caprino. Può essere di pura capra oppure con latte misto (minimo 50% capra + latte vaccino e/o ovino). Noi amiamo i sapori forti e quindi di solito utilizziamo quello di pura capra… però può non piacere a tutti (abbiamo avuto ospiti stranieri che proprio non ce l’anno fatta). Per maggiori informazioni consultate il sito del Consorzio per la tutela del formaggio robiola di Roccaverano DOP;
  • miele: noi usiamo quello di Gavi, dei nostri vicini Giada, Ilde e papà Sergio e quindi possiamo dire di conoscere molto bene i produttori… ape per ape!
  • nocciole: naturalmente Piemonte IGP vale a dire la migliore del mondo. Altre info sul sito del Consorzio Tutela Nocciola Piemonte;
  • testa in cassetta di Gavi: è il pezzo forte della composizione, un salume “povero” della tradizione contadina prodotto con vari tagli “di risulta” di maiale e di manzo. E proprio in questo sta la particolarità della testa in cassetta di Gavi (presidio Slow Food http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/testa-in-cassetta-di-gavi/): nell’utilizzo di tagli di bovino (lingua, muscolo e cuore), che la rendono più delicata, e di aromi come pepe, cannella, coriandolo, chiodi di garofano e noce moscata;

Testa in cassetta di Gavi e Robiola di Roccaverano

Insomma per una merenda “rinforzata”, all’aperitivo o nel pranzo al sacco, il Panino Monferrino è il nostro “must to have”.

Ah, cosa bere insieme? Naturalmente un vino del territorio: a tutto Monferrato!

Gelatina di vino rosso o vin brulé

La gelatina di vino è una vera lecornìa da degustare con un tagliere di formaggi ma può essere anche un dessert da consumare in purezza o da accostare alla pasticceria secca.

Potete preparare la gelatina in piccoli vasetti oppure potete utilizzare degli stampini per preparare piccole forme che decoreranno magnificamente i vostri piatti: perché le gelè di vino non sono solo buone ma anche belle!

Gelatina di vino Vin Brule

La gelatina di vino più buona è per noi quella ottenuta partendo da un buon  vin brulé (nell’immagine sotto le proporzioni tra gli ingredienti nella nostra ricetta)

Gelatina di vino - Vin Brule ingredienti

La ricetta base però prevede semplicemente l’utilizzo di un buon vino rosso fruttato con un po’ di zucchero (la proporzione dipende dai gusti ma noi consigliamo di non superare mai i 300 grammi per litro di vino ) e una sostanza gelificante. Il tipo e la quantità di addensante da utilizzare possono essere scelti secondo le proprie preferenze (per approfondire vi segnaliamo i consigli  di Intravino)
Noi che non prepariamo mai le la gelatina di vin brulé per conservarla a lungo, come le marmellate, ma solo per l’occasione, preferiamo i fogli di “colla di pesce” perché sono semplici da dosare ed utilizzare garantendo sempre un buon risultato.
Se intendete preparare dei piccoli vasetti consigliamo di impiegare 8 grammi di colla di pesce per ½ litro di vino, per avere una consistenza più morbida, mentre per una buona riuscita delle formine sono necessari 12 grammi di colla di pesce per ½ litro e comunque, se volete che si presentino al meglio, è preferibile prepararle il giorno stesso.

Gelatina di vin brulleLa realizzazione è molto semplice: preparate il vin brulé secondo la ricetta e mentre aspettate che raffreddi un po’ per filtrarlo ammollate i fogli di pesce per una decina di minuti in un po’ di acqua fredda quindi strizzate i foglietti e fateli sciogliere nel vino caldo. Riempite i vostri contenitori e quando non saranno più caldi trasferiteli in frigo dove dovranno riposare per almeno 4 ore.

 

Ricetta dei canestrelli al vino bianco di Gavi

I canestrelli al Gavi sono dei biscotti molto leggeri perché sono del tutto privi di burro e uova e contengono solo una modesta quantità di zucchero. Per questo sono ideali per la prima colazione: sono biscotti secchi perfetti per essere inzuppati al mattino nel latte, nel cappuccino o nel tè.
A merenda sono buonissimi da sgranocchiare accompagnati da un cucchiaio di gelato e anche a fine pasto, “pucciati” nel vino (lo stesso usato per la preparazione, Gavi DOCG), hanno un loro perché 😉

Canestrelli al vino bianco di Gavi e gelato

Inoltre, questi canestrelli, molto diffusi nel nostro territorio da Novi a Ovada ad Arquata, sono davvero molto semplici da fare, sia per la rapidità della preparazione che per la brevità della lista degli ingredienti: 500 grammi di farina, 125 ml di Cortese di Gavi, 125 ml di olio extravergine di oliva, 120 grammi di zucchero, 1 cucchiaio da minestra scarso (circa 10 gr) di lievito in polvere per dolci e un cucchiaino da tè di sale fino.

Canestrelli al vino bianco di Gavi: ingredienti

In un contenitore amalgamate la farina con il vino, prima, e poi con l’olio. Quindi aggiungete lo zucchero, il sale e il lievito. Impastate sino ad ottenere una pasta morbida e uniforme, quindi mettetela a riposare 10 minuti ma non di più, se volete che mantengano una consistenza un po’ dura, come da tradizione: “it’s not a bug, it’s a feature!” 😀
Quando riprendete l’impasto lavoratelo di nuovo brevemente e suddividetelo in parti più piccole. Con le mani preparate dei cilindretti (diametro circa 1 cm e lunghezza circa 12-15 cm) e chiudeteli ad anello. Con le dosi indicate vengono circa una cinquantina di biscotti, ma naturalmente tutto dipende dalle dimensioni.
Mettete i canestrelli nel forno già caldo a 180° e lasciateli cuocere sino alla doratura (in genere bastano circa 10-15 minuti). A questo punto tutta la cucina profumerà di vino e zucchero, e questo è un altro pregio di questi deliziosi biscotti.

Canestrelli al vino bianco di Gavi: ricetta

Infine, un ulteriore atout di questi canestrelli è la durevolezza: infatti possono essere conservati per parecchi giorni… e ce chi dice anche un mese… che però ci pare un periodo un po’ troppo lungo… anche se di preciso non lo possiamo dire: noi non riusciamo mai a farli durare più di una settimana!!
Comunque, l’importante è che appena freddi li riponiate in un contenitore ermetico perché in una normale scatola perderebbero presto la croccantezza che, come detto, è un’importante peculiarità.

Canestrelli al vino bianco di Gavi a colazione

Ricetta della Torta Pasqualina (di bietole)

La torta Pasqualina è una delle ricette della cucina ligure che fa parte a tutti gli effetti della tradizione culinaria del nostro territorio e della nostra famiglia, entrambi largamente e piacevolmente “contaminati da esemplari tipici genovesi” 🙂 .

Si tratta di una torta salata di verdura, un grande classico del pranzo di Pasqua o Pasquetta e delle gite fuori porta, specialmente a primavera quando le erbette sono più tenere.

La ricetta di Nonna Ro, la nostra maga in cucina, utilizza bietole e ricotta.
Ci potrebbero stare anche i carciofi e la prescinsêua (una cagliata fresca genovese) ma entrambi gli ingredienti sono un po’ più difficili da trovare (i carciofi per stagionalità e la prescinsêua per limiti geografici della distribuzione) ed il gusto, un po’ particolare perché più ferruginoso ed acidulo, può non incontrare i gusti di tutti. Invece, qualcuno che non vada pazzo per la Pasqualina di Nonna Ro lo dobbiamo ancora trovare.

Torta Pasqualina della Nonna Ro

La torta è buona anche se realizzata con la sfoglia in rotoli già pronti ma ciò che rende speciale la ricetta di Nonna Ro è la bontà dell’impasto tanto che a tavola ci contendiamo tutti i pezzi con il bordo.

Per realizzare la sfoglia (per un tegame di 28 cm di diametro) occorre lavorare insieme 500 gr. di farina “00” con un cucchiaio “generoso” di olio extravergine di oliva, un pizzico di sale e 250 ml. di acqua (ma regolatevi ad occhio aggiungendone un po’ alla volta fino a che la pasta non risulterà morbida ed elastica).

Lavorate l’impasto fino a renderlo perfettamente liscio quindi dividetelo inizialmente in due parti: una più piccola (circa 300 gr.) e l’altra più grande (circa 450 gr).
Se siete molto bravi a tirare la sfoglia, dividete ciascuna parte in 3 palline uguali tra loro altrimenti, se temete che tirandola troppo sottile possa bucarsi, dividetela solo in 2 palline. Le palline più grandi serviranno per fare gli strati con cui foderare i tegami mentre con le altre si coprirà la torta.
Per ora però copritele con un canovaccio e mettetele a riposare per almeno un’ora e mezza.Ingredienti della Torta Pasqualina

Intanto pulite (ma se sono piccole e tenere tenete anche i gambi), lavate e sbollentate in acqua salata 4 bei mazzi di bietole (circa 800 gr.) e fate appassire ½ cipolla tritata. Appena è dorata aggiungete le bietole ben strizzate e tritate con la mezzaluna. Non serve far cuocere molto, andrà tutto in forno, basta solo che le bietole insaporiscano.
Aspettate che le verdure si siano raffreddate e amalgamate 400 gr. di ricotta, 2 uova e 150 grammi di grana padano grattugiato, una manciata di foglie di maggiorana tritate) una leggera spolverata di noce moscata. Aggiustate di sale.

Ungete il tegame con un po’ di olio, allargate con il mattarello e con le mani la prima delle palline grandi di pasta e stendete il primo strato: ponete attenzione a fare aderire la sfoglia ai bordi della teglia e che il disco sbordi abbastanza per poi consentirvi di arrotolarlo.
Spennellate lo strato che avete appena steso con un po’ di olio (è quello che rende tanto buono il bordo) e ripetete questa operazione per tutte le palline grandi.

Versate nel tegame il ripieno, distribuitelo e poi create delle fossette regolarmente distanziate quindi rompete in ognuna di esse un uovo: utilizzate da 3 a 5 uova a seconda delle vostre preferenze.
Sopra a ciascun uovo mettete un pizzico di sale, un fiocchetto di burro e mezzo cucchiaino di grana: questo è il segreto di Nonna Ro per non fare annerire le uova e rendere ancora più squisita la torta.

Prendete le palline piccole di pasta che avevate preparato e tirate i dischi della dimensione esatta del tegame quindi coprite la torta.
Anche questa volta, spennellate ciascuno strato con un velo d’olio. Oltre a rendere più buona la pasta, l’olio aiuta gli strati a separarsi e a sfogliare ma un altro consiglio utile è questo: dopo avere chiuso la torta arrotolando i bordi, con una cannuccia da bibita praticate su un lato del coperchio un forellino e soffiate leggermente per fare distaccare gli strati.

Cuocere in forno già caldo a 180° per 40-45 minuti. La sfoglia deve risultare molto cotta perché l’interno sia bene asciutto.

Ricetta della torta Pasqualina

Prima di mangiarla lasciate raffreddare la torta Pasqualina. Anzi, se resistete, aspettate sino al giorno dopo: da un sondaggio su un nutrito campione di parenti, amici e ospiti occasionali è emerso chiaramente che il giorno dopo è ancora più buona!

Spaghetti al vino bianco di Gavi e robiola

Sicuramente molti di voi conoscono già il risotto al Gavi, un piatto semplice eppure delicato ed elegante, ma probabilmente non hanno ancora avuto occasione di provare gli spaghetti al vino bianco e robiola fresca del Monferrato.
E’ una ricetta “sciuè sciuè” ma piuttosto originale con cui potrete fare bela figura con pochi ingredienti e poco tempo a disposizione (il piatto è pronto nel tempo sufficiente a bollire la pasta).

Ricetta degli spaghetti al vino bianco e robiola del MonferratoIn effetti oltre a una bottiglia di vino bianco Cortese (meglio se di Gavi, meglio ancora se DOCG) e agli spaghetti vi basterà procurarvi una robiola molto fresca (meglio se Roccaverano DOP, meglio ancora se 100% latte di capra come quella presidio Slowfood), del burro, un po’ di brodo di carne e un formaggio saporito da grattugiare sopra come un pecorino stagionato o la ricotta salata.
Spaghetti al vino di Gavi - preparazione

Mentre bollono gli spaghetti (320 g per 4 persone), sciogliete un po’ di burro (40 g circa) e stemperate la robiola (160 g) a bagnomaria prima con il brodo già caldo (50 ml) e poi aggiungendo gradualmente un bicchiere di vino (100 -125 ml, regolatevi a occhio in modo a ottenere una consistenza della crema fluida ma non troppo liquida). Assaggiate per aggiustare di sale stando attenti a non esagerare: ricordate che dovete ancora aggiungere il formaggio saporito.

Appena pronti scolate gli spaghetti, copriteli con la crema bella calda e cospargete con un’abbondante grattugiata di pecorino stagionato o ricotta salata e con una leggera spolverata di pepe nero.

Finito! Servite il piatto accompagnato dalla bottiglia di Cortese di Gavi che avete aperto per la preparazione.

Spaghetti al Gavi DOCG e robiola di Roccaverano DOP

Crumble di pere al Moscato

Quattro pere, una bottiglia di Moscato, 150 grammi di farina, 80 grammi di zucchero e burro.
E’ tutto qui quello che vi serve per preparare un dolce semplice e veloce da fare ma buonissimo, bello da vedersi e non banale. Se poi volete renderlo davvero irresistibile aggiungete un po’ di mandorle a scaglie, una stecca di cannella, cioccolato fondente e accostatelo a un cucchiaio di panna o una pallina di gelato.

Ingredienti del crumbler di pere al moscato con mandorle e cioccolato

La versione più classica di questo dolce anglosassone prevede una base di frutta (mele rabarbaro, frutti di bosco, pere, pesche,…) disposta in un tegame imburrato e coperta con un impasto sbriciolato (crumble, in inglese significa appunto briciola), di farina burro e zucchero, lavorato molto velocemente (perché il burro non si ammorbidisca) e cotto in forno.
Ma la nostra ricetta di famiglia è un po’ diversa perché le pere, sbucciate e tagliate a spicchi e poi a fettine di 3-5 millimetri (sono molto più belle dei dadini) cuociono nel Moscato assumendone l’aroma.
Anche la presentazione è un po’ differente, infatti ci piace prepararlo sia in una coppetta con le pere sotto e sopra la granella di pasta  cotta a parte (una soluzione ancora più facile e velocissima), sia in versione tarte tatin, cuocendo in forno le singole porzioni e rovesciandole nel piatto (una versione molto più di effetto).

Preparazione-del-crumbler-di-pere-al-moscato

Lavorate brevemente insieme farina, burro e zucchero e aggiungete all’ultimo momento le mandorle in scaglie. Per non fare sciogliere il burro troppo presto e mantenere l’impasto più granuloso, toglietelo dal frigo all’ultimo minuto e tagliatelo a dadini ma potrebbe esservi utile, specie in estate, raffreddare le mani tenendole per qualche momento a bagno in un po’ di acqua fredda.

Crumbler di pere al moscato


Se scegliete la versione “in tazza
“, disponete le briciole su un foglio di carta da forno e cuocetele a 160° per 10-15 minuti (controllatele spesso perché trattandosi di pezzetti molto piccoli potrebbero facilmente abbrustolire).

Questo tempo dovrebbe essere sufficiente anche a cuocere le pere nel moscato ma, prima di spegnere, controllate con i rebbi della forchetta che le fettine siano diventate morbide, morbide.

Colate le pere e accomodatele sul fondo delle coppetta coprendole con le briciole mischiate a scaglie di cioccolato fondente tagliato al coltello.

 

Crumbler-con-pere-al-moscato


Se invece volete realizzare la “tarte tatin”
cuocete brevemente le pere nel moscato perché poi cuoceranno ancora nel forno e disponetele sul fondo dei contenitori da forno leggermente imburrate. Copritele con le briciole esercitando una leggera pressione perché lo strato di pasta resti insieme quando capovolgerete il dolcetto. Per facilitarvi il compito, le prime volte, potete provare ad utilizzare i contenitori usa e getta di alluminio che si possono tagliare per fare uscire il dolce. Come accennato, potete anche accompagnare il crumble di pere ancora tiepido con un una pallina di gelato oppure con delle quenelle di panna montata e decorarlo con il cioccolato fondente fuso. Per renderlo ancora più aromatico aggiungete qualche cucchiaio del moscato in cui hanno cotto le pere alla panna prima di montarla e al cioccolato mentre lo fate fondere a bagnomaria.

Ecco infine qualche piccolo accorgimento:

  • scegliete delle pere mature ma molto sode perché le fettine restino consistenti e non si sciupino;
  • cuocete le pere nel moscato senza aggiungere zucchero o burro ma solo una stecca di cannella (se vi piace) e non mescolate;
  • se volete che la pera assuma di più l’aroma del moscato mettete le pere a macerare per un quarto d’ora prima di spostarle sul fuoco;
  • offrite il crumble accompagnato da una coppa di Piemonte Moscato DOC del vostro fornitore di fiducia (ça va sans dire 😉 ).

 


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Pesche al vino e ricetta per l’aspic di pesche

La zuppetta di pesche nel vino è un dessert mangia e bevi fresco e semplicissimo ma anche un modo goloso di gustare la frutta e particolarmente indicato per servirla in tavola quando ci sono ospiti. Se però siete alla ricerca di una variante originale potete preparare un aspic di pesche con il vino.

Pesche al vino bianco

Pesche al vino bianco (decorazione con foglioline di menta zucchero di canna sul bordo del bicchiere)

La preparazione della ricetta base è semplicissima. Scegliete delle pesche piuttosto grandi e morbide (ne occorre una a testa) ma non troppo mature, tagliatele a cubetti regolari (anche l’occhio vuole la sua parte), quindi aggiungete per ogni pesca 1 cucchiaino di zucchero e  mezzo bicchiere di vino (circa 100 ml) e girate cautamente, senza rovinare le pesche. Infine lasciatele a macerare per un paio d’ore in frigo prima di servirle.
Potete scegliere il vino rosso o quello bianco, come preferite, a seconda dell’effetto cromatico che volete ottenere ma prediligete vini giovani, generalmente più fruttati, purché di corpo altrimenti, una volta che le pesche avranno prodotto un po’ di succo, non riuscirete più a sentire il vino.

La preparazione dell’aspic di pesche è un po’ più complessa ma non eccessivamente laboriosa. Aspic di pesche al vino rossoOgni 1/2 litro di vino (una dose adatta a 4- 6 pesche, a seconda delle dimensioni del frutto) mettete 2 fogli di colla di pesce ad ammorbidire in un po’ d’acqua per circa un quarto d’ora. Intanto aromatizzate il vino con mezza stecca di cannella e un paio di fettine di limone e addolcitelo con 100-150-200 grammi di zucchero; la dose dipende, oltre che dal gusto personale, anche dal grado di maturazione delle pesche, più sono indietro e quindi aspre maggiore deve essere la quantità di zucchero aggiunto.
A questo punto potete optare tra diverse varianti a seconda del grado alcolico che preferite e degli aromi che amate di più. Oltre alla cannella infatti potete aggiungere altre spezie scegliendo tra chiodi di garofano, grani di pepe, anice (quello stellato è particolarmente decorativo) oppure cardamomo. Attenzione però a non esagerare. Anche la cottura del vino è facoltativa: potete farlo bollire tutto per lasciare evaporare l’alcool (ma anche il profumo!) oppure scaldarne solo una piccola parte per sciogliervi lo zucchero e la colla di pesce (ricordate di strizzarla quando la togliete dall’acqua) e poi, una volta tornato a temperatura ambiente, unirvi il resto.
Filtrate il vino (per renderlo più trasparente possibile) e versatene qualche cucchiaio sul fondo dei contenitori monodose, quindi disponete le fettine sottili di pesche aggiungendo ogni tanto qualche altro cucchiaio di liquido ma lasciandone abbastanza per poter fare ancora uno strato di un paio di millimetri dopo l’ultimo piano di pesche.
Considerate che perché il liquido si rapprenda del tutto è necessario che l’aspic riposi in frigo per 3-4 ore, quindi giocate d’anticipo.

Aspic di pesche al vino rosso La soluzione più semplice e sicura per servire l’aspic è quella di utilizzare piccoli barattoli o dei bicchieri ma, se siete abili e audaci, potete optare per la preparazione in piccoli stampi da capovolgere. L’effetto visivo è superiore ma c’è sempre il rischio che qualche forma si rompa o si “ammosci”. Potreste però prevenire gli “incidenti” utilizzando un foglio di colla di pesce in più (anche se la consistenza la palato risulta meno morbida e gradevole) e scaldando in una bacinella con un po’ d’acqua calda la parete esterna dello stampo prima di capovolgerlo… le dita incrociate, invece, non aiutano 😀 .


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Consigli per visitare Gavi: ristoranti, B&B, bar e negozi

Se con il post sulle eccellenze eno-gastronomiche del nostro territorio – il Gavi DOCG, i ravioli, la testa in cassetta e gli amaretti – abbiamo sollevato la vostra curiosità e solleticato il palato ecco qualche suggerimento per la prossima visita a Gavi: ristoranti, B&B, bar e negozi di alimentari. Pochi nomi ma buoni.

Ristorante - TrattoriaRistorante Cantine del Gavi Via Goffredo Mameli, 69 – 15066 Gavi (AL) Tel. +39 0143 642458 – cantinedelgavi@gmail – Visita il sito
Le Cantine del Gavi: ristorante a Gavi

L’immagine è di proprietà del ristorante Le Cantine del Gavi

Il ristorante, pieno di atmosfera, si trova in un palazzo settecentesco nel centro del paese e rappresenta una vera eccellenza del territorio. Qui potrete godere la cucina tipica delle nostre terre sempre declinata in modo raffinato e, quel che più vale, con grande attenzione per le materie prime e per la stagionalità. La cantina, che offre un ottima scelta di vini (accoglie circa 700 etichette), è un ambiente suggestivo e molto curato, pensato per accogliere i visitatori e consentirvi anche cene e aperitivi. Il prezzo (mediamente tra i 40 e i 60 euro a testa) non è irrisorio ma trova ragione sia nell’alta qualità del cibo che del servizio.

Ristorante - TrattoriaAi Nebbioli – Trattoria di campagna Località Nebbioli, 2 – 15066 Gavi (AL) tel.+39.0143645893 – Vai alla pagina Facebook
Trattoria Ai Nebbioli - Gavi (AL)

Immagine di proprietà della trattoria Ai Nebbioli

Katia e Maurizio sono praticamente nostri vicini: il ristorante si trova infatti a pochi passi dalla nostra cantina. Per raggiungerlo si sale da Gavi per un paio di chilometri in direzione Parodi Ligure-Ovada sino al bivio per il Santuario di Nostra Signora della Guardia. Il locale è caldo e accogliente e, in estate, è possibile scegliere di stare fuori sotto un gradevole pergolato. Anche in questo caso abbiamo scelto di segnalarvi un luogo dove degustare ottimi piatti tipici della tradizione Ligure-Piemontese anche se non è inconsueto trovarli rivisitati con estro, come nel caso del “Risotto al Gavi con carciofi della Riviera” del menu di Pasqua. I dessert sono incantevoli e rendono davvero difficile decidersi se si prova un certo riserbo a ordinare un “misto dolci”. Inoltre, Katia e Maurizio sono sempre accurati, gentili e disponibili. Prezzo dai 20 ai 40 euro. Se poi pensate di fermarvi per qualche giorno per una visita più approfondita e magari un po’ di shopping al Serravalle Designer Outlet (l’outlet più grande d’europa) abbiamo anche un paio di accoglientissimi B&B da suggerirvi.

Hotel - AlbergoB&B Casa Meli Via XX Settembre, 25 – 15060 Loc. Cadepiaggio – Parodi Ligure (AL) Tel. 347 3117693 / 347 9015026 – info@casameli.com Visita il sito 
B&B a Gavi Casa Meli

L’immagine è di proprietà del B&B Casa Meli

Anche se amministrativamente è già nel comune di Parodi Ligure, questo delizioso B&B in realtà si trova a soli 3 km da Gavi, nel piccolo borgo di Cadepiaggio, con affaccio sulla bellissima piana che circonda l’antica ex Abbazia di San Remigio. La casa è curata ed accogliente, arredata con mobili ed oggetti antichi. L’atmosfera è distesa e romantica, davvero ideale se si è in coppia, un po’ meno se ci sono dei bimbi al seguito. Le camere sono solo due e quindi l’ambiente è davvero tranquillo ma nella bella stagione non dimenticate di prenotare. Dunque dicevamo: le stanze sono due, entrambi situate al secondo piano e dotate di bagno privato, tv, e wi-fi. Francesca Meli, la proprietaria, accoglie personalmente gli ospiti con rara dolcezza e si occupa  anche della colazione con prodotti tipici fatti in casa che in primavera ed estate si possono gustare anche nel piccolo giardino privato. Il prezzo per la camera doppia parte dai 70€ colazione inclusa, naturalmente. I bambini sino a 5 anni non pagano.

Hotel - AlbergoNonna Du – Agriturismo e B&B Località Vallemme Zamblea, 14 – 15066 Gavi (AL) Tel/Fax 0143 642582 – info@nonnadu.comVisita il sito
B&B a Gavi Nonna Du

l’immagine è di proprietà del B&B Nonna Dui

L’edificio che ospita le camere del B&B fa parte di una struttura più complessa, ristrutturata da poco e completamente immersa nel verde con vista sui vigneti. Nel giardino trova posto anche una piscina di acqua salata che è una vera tentazione: si sta così bene che quasi si rinuncerebbe a visitare i dintorni per godersi la serenità del luogo. Le camere sono  curate e dotate di ogni comfort inclusi bagno in camera, wi-fi, frigobar e aria condizionata. Alcune stanze sono molto ampie e particolarmente indicate ad accogliere i bambini che qui trovano un ambiente davvero adatto a loro. Colazione a buffet accanto al caminetto in inverno e a bordo piscina in estate. Il prezzo della camera doppia va dai 70 ai 90 euro a notte. I bimbi sotto i 3 anni soggiornano gratis in culla o lettino baby mentre il letto aggiunto costa 20 euro. Infine ecco anche i consigli per gli acquisti ma … solo di carattere gastronomico! Negozio di alimentariSe volete comprare i ravioli vi suggeriamo “La casa del raviolo“, al numero 95 di via Mameli. Qui si sono inventati anche di un nuovo modo di mangiarli: i “ravioli da passeggio”, una versione in stile “street food“, tostati su una piastra o in padella, senza alcun condimento, e poi raccolti in un cartoccio conico di carta (come quello per le caldarroste). E’ un’idea simpatica e molto riuscita, ideale per tutte le occasioni di festa in cui ci si serve a buffet e si mangia in piedi. Bar - CaffèGli amaretti di Gavi li trovate sempre morbidi e appena fatti al Caffè del Moro in pieno centro storico a Gavi, in via Mameli, non lontano dalla Pieve di San Giacomo, oppure presso l’Antica Pasticceria G. B. Traverso in via Bertelli, appena entrati in paese dalla parte di Arquata-Serravalle. Gli amaretti di Traverso sono distribuiti in molti altri punti vendita anche al di fuori di Gavi e possono essere acquistati online. Per informazioni info@amarettitraverso.it. Negozio di alimentariInvece, per quanto riguarda la tipica testa in cassetta, a Gavi in realtà c’è un unico artigiano che la produce secondo la tradizione. Si tratta della Macelleria Bertelli sempre in via Mameli al numero 23 (non è che ce n’è una sola di strada a Gavi, ma questa lunga via è l’asse storico e la spina dorsale del paese). Agostino Bertelli porta avanti un saper fare che era già di suo padre Giovanni e prima ancora del nonno Agostino, come lui, dando una continuità a una tradizione artigianale che dura ormai da quasi cento anni. E tanta esperienza si sente assaporando questo salume finalmente diverso dai soliti insaccati. Logo Cantina Cartasegna - Vini GaviE per il Gavi DOCG? Beh, qui ci sono tutti i contatti della nostra cantina: vi aspettiamo presto! 😉


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