Le etichette del vino – FAQ

In un post precedente abbiamo cercato di fare chiarezza sui contenuti delle etichette sulle bottiglie di vino. Ora proviamo a rispondere ai dubbi più comuni che possono sorgere leggendo le etichette.

Come leggere le etichette del vino

Cosa significa DOC, DOCG e IGT? Che differenza c’è rispetto a DOP o IGP?

La normativa europea ha inteso valorizzare la territorialità dei vini regolamentando le pratiche per la produzione dei vini a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e a Indicatione Geografica Protetta (IGP). Tuttavia, nel rispetto delle tradizioni locali, la normativa consente di sostituire o affiancare le indicazioni comunitarie DOP e IGP con quelle tradizionali del paese di produzione quindi, per l’Italia: Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG), Denominazione di Origine Controllata (DOC) e Indicazione Geografica Tipica (IGT). Per un approfondimento sull’argomento si rimanda al post sulla classificazione dei vini in Italia. L’indicazione della categoria può essere omessa in Italia solo per i vini Asti, Marsala e Franciacorta, in Francia per lo Champagne e in Portogallo per il Port o Porto e Madeira o Madère.

Cos’è un vino varietale?

Si tratta di un vino senza denominazione di origine o indicazione geografica e, quindi, non soggetto ad alcun disciplinare di produzione, che deriva per almeno l’85% dalla vinificazione di uve del vitigno indicato in etichetta. Tuttavia, per proteggere le varietà territoriali, possono essere indicati in etichetta solo i vitigni internazionali: Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, tra i vitigni rossi, Chardonnay e Sauvignon, tra quelli bianchi. L’indicazione “Varietale” può essere seguita e dal colore di base (bianco, bosso o rosato). I vini varietali possono anche essere denominati “spumanti” e “frizzanti”.

Cosa significa “Contiene solfiti”?

La dicitura “Contiene solfiti” è obbligatoria per i vini che contengono più di 10 mg/litro di anidride solforosa (vale a dire la grande maggiornaza dei vini in commercio). Per i vini che contengono meno di di 10 mg/litro di anidride solforosa è libera scelta dell’imbottigliatore di non apporre la dicitura “Contiene solfiti” o invece di indicare il valore effettivo (e certificato da un laboratorio autorizzato), offrendo così un’informazione totalmente completa e corretta

Che differenza c’è tra “Imbottigliato all’origine” e “Imbottigliato nella zona di produzione”?

Qualora l’imbottigliamento avvenga all’interno della stessa azienda agricola di produzione delle uve sono ammesse alcune diciture come “Imbottigliato all’origine da…”, “Imbottigliato dal viticoltore…”, “Imbottigliato dall’azienda agricola” o simili. Analogamente, nel caso in cui l’imbottigliamento sia effettuato presso un’associazione di produttori è ammesso l’utilizzo delle espressioni “Imbottigliato all’origine dalla Cantina Sociale…”, “Imbottigliato all’origine dai Produttori Riuniti…”, o simili. Invece, alcuni disciplinari consentono che, qualora l’imbottigliamento avvenga in un’azienda ricompresa nel perimetro della zona geografica protetta per il vino in questione, o nelle sue imediate vicinanze, sul’etichetta possa essere scritto “Imbottigliato nella zona di produzione…”

Cos’è il codice ICQFR?

Il codice ICQRF è il codice identificativo attribuito alle aziende imbottigliatrici dal “Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agro-alimentari”, che ha sotituito l'”Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari” (acronimo ICQ), prima ancora denominato “Istituto Centrale Repressione Frodi” (acronimo ICRF). Per effetto dei frequenti aggiornamenti dei nomi dell’ufficio preposto, è possibile trovare in commercio vini con acronimi differenti che indicano a tutti gli effetti lo stesso tipo di codice. L’azienda imbottigliatrice identificata tramite ICQRF è responsabile legalmente del vino presente in bottiglia

Perché sull’etichetta è indicato sempre chi ha imbottigliato il vino ma non sempre chi lo ha prodotto?

L’imbottigliatore, sia esso lo stesso produttore oppure un rivenditore, rappresenta in ogni caso l’ultimo anello della catena produttiva del vino e, pertanto, più prossimo al consumatore. Per questo motivo è la figura chiamata a rispondere legalmente alle istanze di chi ha acquistato il vino e, proprio per questo motivo, è indicato in etichetta, avendo a sua vota eventualmente facoltà di rivalersi sul produttore

Vino biologico, biodinamico, naturale o da uve biologiche: che differenza c’è?

Fino al 2012 non era possibile etichettare un vino come “biologico” ma solo come “vino prodotto con uve da agricoltura biologica” o “vino ottenuto da uve biologiche” poiché era possibile certificare solo la fase di coltivazione della vite. Oggi invece che viene certificata anche la fase di lavorazione in cantina è la denominazione “da uve biologiche” a non essere più ammessa, mentre è consentito definire un vino biologico. Però, poichè si tratta di una modifica piuttosto recente, è ancora possibile trovare legittimamente in commercio bottiglie recanti in etichetta l’espressione “vino prodotto con uve da agricoltura biologica”.

Per quanto riguarda l’attributo “biodinamico“, nonostante l’accesa discussione sul tema, non è ancora stata definita una normativa europea che disciplini questa tipologia. Tuttavia, i parametri che definiscono il metodo agricolo biodinamico sono già stati normati e quindi non si può escludere la liceità di indicare in etichetta la derivazione da uve di agricoltura biodinamica, a patto che, come sempre, tale affermazione non sia espressa in forma eccessivamente elogiativa e sia verificabile.

Ma è sul termine “naturale” che negli ultimi tempi si consumano gli scontri più accesi. Pur non sussistendo alcuna norma in merito, l’orientamento prevalente è di ritenere scorretto acclamare come naturale non solo un vino “convenzionale” ma anche un vino biologico o da uve di agricoltura biodinamica. Il motivo di tale propensione risiede proprio nella mancanza di una definizione normativa, vacanza che lascia troppi margini di interpretazione e rende di fatto impossibile qualsiasi verifica, ma soprattutto nell’eccessivo valore encomiastico associato al termine naturale che potrebbe voler condizionare il consumatore.

 


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