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Consigli pratici sull’imbottigliamento, la cura e la conservazione del vino.

Bollicine (parte II°): come servire lo spumante

Nessun altro vino è ammantato di ritualità e di un edonismo che va molto oltre il piacere del gusto quanto lo spumante. All’apertura di una bottiglia di spumante è connaturata la sensazione di un momento speciale e memorabile e la piccola festa a cui il nostro palato si appresta è parte di un godimento più grande: la celebrazione di un successo, la condivisione di una gioia, l’esaltazione per un nuovo inizio.
Scopriamo allora qualcuno dei piccoli “rituali” che accompagnano il servizio dello spumante e che concorrono al suo speciale fascino; come e per quanto conservare le bottiglie, come raffreddare il vino alla giusta temperatura di servizio, quali bicchieri scegliere, come stappare la bottiglia e versare il vino nel bicchiere e come conservare lo spumante avanzato.

Come versare lo spumante
Se avete già acquistato le vostre bottiglie abbiatene cura: lo spumante, come e forse persino più degli altri vini, soffre gli sbalzi di temperatura e l’esposizione alla luce. Il caldo è un nemico implacabile, l’umidità eccessiva un’insidia e persino il freddo è inclemente: il vino non andrebbe mai conservato in frigo per lunghi periodi.
Per poco tempo le vostre bottiglie potranno ben resistere a una temperatura compresa tra 8° e 22° C, purché sostanzialmente costante. Ma se volete conservarli a lungo dovrete per forza attrezzarvi con una grotta in tufo (come noi ;-)) o un armadio climatizzato apposito (cantinetta) che consenta di mantenere una temperatura costante tra i 10° e i 14° C: le cantine dei condomini, per non parlare delle dispense degli appartamenti, non offrono sufficienti garanzie. Quindi, a meno che non siate dei collezionisti attrezzati, mantenete in casa solo una piccola scorta di vino da rinnovare ciclicamente. Peraltro gli spumanti che possono sostenere un invecchiamento non sono certo la maggioranza e sono, in genere, vini metodo classico piuttosto costosi. Gli altri è consigliabile berli entro un anno dall’imbottigliamento.

Lo spumante va servito fresco ma non freddo. Per i vini giovani e molto aromatici la temperatura indicata è intorno ai 6°-8° C, per quelli più maturi e complessi (come i millesimati importanti) e per i rossi la temperatura indicata è intorno ai 10°-12°. Per raffreddarlo si può mettere la bottiglia in frigo (mai nel congelatore) qualche ora prima, ma il metodo migliore e con più fascino è il secchiello del ghiaccio (quello vero, non la glacette di plastica, altrimenti diciamo addio al fascino) che consente di mantenere il vino fresco durante tutto il pasto. Va da sé che l’utilizzo di bicchieri raffreddati o di cubetti di ghiaccio nel bicchiere nno sono buoni metodi.

Anche se fa tanta allegria, a meno che non abbiate appena vinto un Gran Premio di Formula 1, non scuotete la bottiglia e non fate saltare il tappo: oltre ad essere potenzialmente pericoloso “non fa fino”. Aprite la capsula in stagnola e rimuovete cautamente la gabbietta, quindi estraete con attenzione il caratteristico tappo a fungo. Se resiste, evitate di ruotarlo perché potrebbe rompersi ma armatevi di pazienza ed eventualmente di un tovagliolo o, se ne disponete, delle apposite pinze (assomigliano un po’ a uno schiaccianoci). Se sentite il tappo spingere, trattenetelo e fatelo uscire poco alla volta lasciando esalare lentamente l’anidride carbonica in eccesso. Dopo aver aperto la bottiglia è possibile scaraffare lo spumante, ovvero travasarlo in una caraffa da cui avverrà la mescita. Non si tratta di una pratica comune e, a nostro avviso, neppure consigliabile poiché richiede una certa dimestichezza per effettuarla senza danneggiare il vino e perché non consente di conservare adeguatamente il vino eventualmente avanzato.

Bicchiere per lo spumante: la fluteIl bicchiere a coppa è indicato per gli spumanti dolci. Per tutti gli altri, sino a qualche tempo fa, regnava indisturbata la flûte, il cui calice affusolato esalta il perlage (le finissime bollicine che salgono dal fondo e sembrano non finire mai) mentre il gambo lunghissimo, oltre ad essere elegante, favorisce l’impugnatura del bicchiere per lo stelo così da tenere la mano lontana dal calice impedendo che trasferisca calore al vino.
Oggi però molti sostengono che la flûte, per quanto bella e ispirata, penalizzi eccessivamente gli aromi e che quindi sia da preferirle il calice a tulipano da vino bianco, la mezza-flûte o alcuni nuovi calici appositamente disegnati dai produttori specializzati nei bicchieri da degustazione che, pur mantenendo la forte verticalità, aumentano la superficie di contatto con l’aria consentendo al vino di “respirare” di più e di liberare più generosamente gli aromi. Questo parere, molto in voga, varrebbe non solo per i vini metodo “Charmat” che presentano profumi più delicati ma anche per gli spumanti metodo “Classico”, inclusi gli champagne, che pure esprimono aromi complessi e intensi. L’utilizzo del tulipano è sicuramente consigliabile per il consumo a tutto pasto, quando la flûte risulta davvero scomoda, mentre al brindisi o per l’aperitivo noi continuiamo a subire il fascino di questo elegante bicchiere: può darsi sia sbagliato ma sulla flûte ci sentiamo vetero-tradizionalisti.

Ultime raccomandazioni: il vino si gode anche con lo sguardo, lo spumante poi offre davvero un bello spettacolo, quindi scegliamo bicchieri senza colori e, se non di cristallo, almeno di un bel vetro sottile e trasparente, possibilmente liscio, senza incisioni o sfaccettature. Naturalmente anche la pulizia del bicchiere è molto importante, nel senso che, oltre a rimuovere lo sporco è necessario che sul calice non restino aloni, ditate e tracce di detersivo che potrebbero rovinare l’effetto scenico delle bollicine.

Lo spumante deve essere aperto al momento del consumo. Prima di servire il vino è sempre meglio versarne un piccolo assaggio per sé, così da evitare di proporre agli ospiti una bottiglia con qualche difetto. Al momento di offrire lo spumante, versatene in ciascun bicchiere poco più di un dito e lasciate che la spuma scenda. Quindi, se state usando il tulipano, aggiungete molto lentamente un altro dito di vino, mentre se se state utilizzando la flûte riempite i calici sino a 2/3.
Il vino avanzato può essere brevemente conservato (meglio per non più di un giorno) in frigo, nella sua bottiglia accuratamente richiusa: attrezzatevi con un tappo apposito che limiterà la fuoriuscita dell’anidride carbonica.

E’ tutto.
Avete già acquistato il vostro spumante? Se non lo avete ancora fatto leggete i nostri consigli per scegliere lo spumante più adatto a voi oppure consultate la scheda del nostro Pinot- Chardonnay Spumante Brut e… Salute!

 


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Bollicine (parte I°): come scegliere lo spumante

I vini vivaci non sono tutti uguali e non è solo questione di percezione o di nomi, lo stabilisce la normativa che, in funzione della pressione interna alla bottiglia, distingue tra vino spumante (oltre i 3 bar), frizzante (tra 1 e 2,5 bar) e vino fermo o tranquillo (inferiore a 1 bar). Ma quando con “vivace” vogliamo alludere a quelle bollicine che riempiono di gioia gli occhi, sfrigolano allegramente, ci solleticano il naso e grattano piacevolmente il palato, allora parliamo proprio di spumante.

Lo spumante è oggetto di molti stereotipi: spesso nell’immaginario comune è percepito come un vino leggero, per lo più indicato ad un pubblico femminile, relegato al momento del brindisi nelle occasioni di festa. Oggi invece i vini spumanti italiani sono vini di qualità, spesso di buona gradazione (il nostro Pinot-Cardonnay brut vanta un grado alcolometrico di 12% vol), che si prestano ad un consumo a tutto pasto. L’importante è saper scegliere districandosi tra le innumerevoli varietà di spumanti in commercio.
I vini spumanti infatti possono essere classificati in base a:

Bollicine: vino spumanteLa prima regola per scegliere un buon spumante è preferire vini prodotti con metodi naturali. Ma che differenza c’è tra spumanti naturali e artificiali? Negli spumanti naturali l’effervescenza è dovuta all’anidride carbonica che si sviluppa spontaneamente durante la seconda fermentazione (presa di spuma) del vino: quando la fermentazione alcolica è ultimata, ovvero una volta che tutti gli zuccheri presenti nell’uva si sono trasformati in alcool, il vino è arricchito con lieviti e zuccheri aggiunti che inducono una rifermentazione durante la quale si sprigionano CO2, alcool (poco) e aromi. Gli spumanti artificiali sono invece ottenuti insuflando anidride carbonica nel vino (carbonazione) come può avvenire per l’acqua o altre bevande gasate. I vini prodotti con questo metodo sono di qualità inferiore, sia per la scarsità dei profumi e dei sapori sia per la qualità della spuma, poco fine e persistente. Tuttavia la gassificazione del vino è un metodo perfettamente legale (solo i vini spumanti DOC e DOCG non possono essere arricchiti di anidride carbonica) purché sull’etichetta sia presente la dicitura “Addizionato di CO2”.

I metodi di produzione naturale sono due: il “metodo Classico”, noto anche come Champenois (sebbene, in realtà, il termine “metodo Champenois” sia riservato solo ai vini “metodo Classico” prodotti nella regione francese dello Champagne) e il “metodo Martinotti” noto anche come metodo Charmat (dal nome del produttore francese che per primo mise in pratica su scala industriale e brevettò il processo ideato da Martinotti). Sorvoliamo ora sulle tappe storiche della nascita e perfezionamento dei metodi di spumantizzazione (dal leggendario frate Don Pérignon al bravo enologo Martinotti passando per Carlo Gancia) e scopriamo in cosa divergono i processi di produzione e quali caratteristiche connotano i vini che ne derivano. In estrema sintesi, la differenza sostanziale è la seguente: mentre il metodo classico prevede che la rifermentazione avvenga in bottiglia per cui la lavorazione (in realtà piuttosto complessa e con tempi di riposo lunghi, dai 15 ai 30 mesi) viene effettuata su ogni singolo pezzo prodotto, col metodo Martinotti sia la fase di fermentazione che quella di riposo (in genere un breve periodo di 2 – 3 mesi o, eccezionalmente, di 6) sono effettuate in grandi contenitori (autoclavi) e solo successivamente il vino viene imbottigliato, avendo cura di non perdere pressione. E’ facile intuire come con il metodo Martinotti sia possibile realizzare un risparmio sui tempi e le modalità di lavorazione, rispetto al metodo Classico davvero notevole, risparmio che si traduce in un prezzo di vendita ben più contenuto. E comunque, al di là del prezzo, gli spumanti metodo Classico risultano solitamente più strutturati e presentano un colore più carico e aromi più complessi mentre il metodo Martinotti esalta la freschezza del gusto e gli aromi fruttati e floreali e conferisce una gradazione più tenue.

A questo punto sta a voi scegliere tra uno spumante dolce o secco, in base al gusto personale, certamente, ma anche in funzione dell’occasione e degli abbinamenti con il cibo.
Per gli spumanti dolci non c’è dubbio, l’accostamento è con i dessert (specie quelli al cucchiaio la cui grassezza è ben equilibrata dalle bollicine) mentre, nel caso degli spumanti secchi, l’effervescenza e l’acidità che li contraddistinguono favoriscono l’abbinamento a piatti o condimenti grassi o a cibi ricchi di amidi (cereali, patate e legumi). Gli spumanti sono classificati in funzione degli zuccheri residui (dopo la presa di spuma) come segue:

  • Dosaggio Zero detto anche Pas Dosé o Dosage Zéro (con residuo zuccherino inferiore a 1 grammo per litro) e Brut Nature (con residuo zuccherino inferiore a 3 grammi per litro). Sono spumanti estremamente secchi, di grande carattere ma di non facile incontro: una scelta da veri appassionati del genere. L’abbinamento più immediato è con antipasti o pietanze di pesce (orata, branzino, dentice, sgombro) anche alla griglia e con altre carni bianche e risotti con crostacei o molluschi. Ideale come aperitivo
  • Extra Brut (meno di 6 grammi di zucchero per litro ma spesso può attestarsi anche vicino ai 3). Anche in questo caso di tratta di un vino molto secco, quasi privo di zuccheri ma più semplice da avvicinare. Anche in questo caso, è indicato l’abbinamento con il pesce (triglia, salmone, anguilla) al forno o al cartoccio. Da provare con le ostriche crude
  • Brut (meno di 12 grammi di zucchero per litro). Il brut si colloca ancora tra gli spumanti secchi, non tanto per la concentrazione di zuccheri residui, che non è poi trascurabile, ma perché la percezione del sapore dolce è abattuta dall’effervescenza. Tuttavia la sensazione è nell’insieme abbastanza morbida. Il brut si sposa bene con gli antipasti di salumi e ancora con il pesce (sogliola, trota, pesce persico) al vapore, in umido o in una bella zuppa. In realtà lo spumante brut è un vino molto versatile che si presta benissimo ad un consumo tutto pasto, a meno del solo dessert.
  • Extra Dry (tra i 12 e i 20 grammi di zucchero per litro). Di fatto entriamo nel mondo degli spumanti morbidi da accompagnare per assonanza a cibi con una tendenza dolce (crostacei, zucca) o per contrasto a piatti con una punta di amaro (fegato), a torte e piatti in genere a base di verdure
  • Secco o anche Sec o  Dry (dai 17 ai 35 grammi di zucchero per litro). Un nome che è un tranello perché nonostante la denominazione “secco” si tratta di un vino abboccato, ossia con marcate note dolci, ideale nella degustazione di formaggi ma anche in associazione alla pasticceria secca
  • Demi-Sec (tra i 33 e i 50 grammi) e Dolce o Doux (con oltre 50 grammi di zucchero per litro). Sono vini marcatamente dolci da accompagnare a torte o dessert al cucchiaio e, naturalmente ai dolci delle feste: panettone, pandoro e colomba.

Gli spumanti sono categorizzati anche in base al colore: bianco, rosé o rosso.

  • Gli spumanti bianchi sono di gran lunga i più diffusi ma possono derivare sia da uve bianche che da vitigni a bacca rossa. Ad esempio la cuvéè, ossia l’assemblaggio, più comune è tra Chardonnay e Pinot Nero (in proporzioni variabili), in questo caso il colore è generalmente un giallo paglierino tendente all’oro più o meno chiaro in funzione dell’invecchiamento e del metodo di produzione (gli spumanti giovani sono di norma più chiari mentre, a parità di invecchiamento ci si può attendere un colore più carico e dorato in uno spumante “metodo Classico” piuttosto che in un “metodo Martinotti”). I “Blanc de blancs” che provengono esclusivamente dalla vinificazione di uve bianche, presentano un colore tenute con sfumature di un giallo verdolino e spesso risultano più leggeri e fragranti. I “Blanc de noirs” derivano invece dalla fermentazione di sole uve a bacca rossa. Il colore chiaro è ottenuto utilizzando una pigiatura molto delicata che eviti la frantumazione delle bucce che vengono rimosse subito dopo la spremitura, così da impedire il passaggio dei pigmenti da queste al vino. Tuttavia il colore è molto più carico degli altri spumanti: da un oro piuttosto deciso a un giallo dai toni aranciati
  • Gli spumanti rosé possono essere ottenuti con metodi differenti: assemblage, ossia utilizzando per il vino base una miscela di vino rosso e bianco; pressurage direct, cioè con una breve permanenza del mosto sulle bucce delle uve a bacca rossa per consentire un piccolo passaggio di tannini; saignée, ovvero un prelievo (da qui il termine salasso) del vino base rosso dallo strato più superficiale, quello meno a contatto con le bucce e quindi meno pigmentato. Comunemente i vini i rosé non godono di altissima considerazione ma si tratta di un pregiudizio ingiusto poiché tra questi, specie tra gli Champagne e i Franciacorta, spiccano vere eccellenze
  • Gli spumanti rossi, dove in realtà, il colore varia dal rosa ad un rosso molto chiaro, sono vini più rari e meno conosciuti. In effetti non sono molti i vini spumanti rossi che si sono fatti notare o si sono imposti per l’alta qualità ma tra questi vogliamo segnalare il Bracchetto d’Acqui, una DOCG del nostro straordinario territorio, l’Alto Monferrato.

Come si è avuto modo di accennare, la maggior parte degli spumanti in commercio sono blend, o cuvée che dir si voglia, ossia spumanti ottenuti dalla rifermentazione di vini provenienti da vitigni differenti e talvolta anche da vendemmie differenti. Enunciare tutti i vitigni non è semplice ma tra i più comuni ricordiamo:

  • in Francia: Pinot nero, Chardonnay e inoltre Chenin, Meunier, Clairette, Maurac, Moscato e Ugni blanc
  • in Italia: Pinot bianco, nero e grigio e Chardonnay in molte regioni d’Italia ma soprattutto in Trentino, Oltrepò Pavese e Franciacorta; Moscato in Piemonte; Prosecco, Garganega e Trebbiano in Veneto. Tra i vitigni bianchi ricordiamo anche la Malvasia, il Riesling, il Cortese (anche il Gavi esiste nella versione spumantizzata), il Verdicchio e il Vermentino. Per la produzione di spumanti rossi ricordiamo invece il Lambrusco, la Freisa, il Cabernet franc e, come già accennato, il Brachetto.

E ora veniamo all’ultima delle possibili denominazioni dello spumante: “millesimato” (“millésime” sulle etichette dei vini francesi). La legge prevede che, per poter utilizzare in etichetta il termine “millesimato”, almeno l’85% delle uve vinificate provenga da una stessa campagna vendemmiale. Dunque il termine in sé sta semplicemente ad indicare che tutti i vini avviati alla rifermentazione appartengono alla stessa annata (millesimo), quella indicata in etichetta. Eppure nella percezione comune dei consumatori il termine “millesimato” esprime un intrinseco valore qualitativo: è corretto questo pensiero? Sì e no. In genere gli spumanti si ottengono miscelando vini di differenti annate allo scopo di mantenere le caratteristiche organolettiche costanti. Gli spumanti “non millesimati” o “sans année” rappresentano la grande maggior parte della produzione. Accade però talvolta che un produttore, considerata l’eccezionale qualità di una vendemmia, decida di produrre uno spumante con vini che appartengono tutti alla stessa straordinaria raccolta poiché così anche lo spumante sarà di qualità superiore. Quindi l’opinione che uno spumante millesimato sia effettivamente un vino pregiato è fondata. Eppure bisogna dire che la decisione di produrre uno spumante millesimato spetta solo al produttore che può scegliere di utilizzare vini della stessa annata anche quando la qualità non sia delle migliori al solo scopo di sfruttare in etichetta il prestigioso termine “millesimato” quale vessillo di qualità. Millantando una peculiarità del prodotto che esclusivo non è, questo comportamento scorretto, sebbene legale, tende a svuotare di significato il termine millesimato e ad alzare l’asticella delle competenze necessarie per potersi orientare nell’acquisto. spumante brut pinot chardonany

In ogni caso la raccomandazione a consultare sempre attentamente l’etichetta rimane pur sempre valida, poiché leggendo potrete sapere, se non proprio tutto, davvero molto del vino che state per acquistare: se è un marchio DOC o DOCG, se è stato addizionato con anidride carbonica, se è millesimato e a quale annata appartiene, la gradazione alcolica, il grado di secchezza o dolcezza del vino e l’esatto residuo zuccherino. Se poi siete interessati anche a qualche consiglio per il servizio e la degustazione degli spumanti proseguite con la lettura di “Bollicine (parte II°): gustare i vini spumanti”.

 


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Le etichette del vino – FAQ

In un post precedente abbiamo cercato di fare chiarezza sui contenuti delle etichette sulle bottiglie di vino. Ora proviamo a rispondere ai dubbi più comuni che possono sorgere leggendo le etichette.

Come leggere le etichette del vino

Cosa significa DOC, DOCG e IGT? Che differenza c’è rispetto a DOP o IGP?

La normativa europea ha inteso valorizzare la territorialità dei vini regolamentando le pratiche per la produzione dei vini a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e a Indicatione Geografica Protetta (IGP). Tuttavia, nel rispetto delle tradizioni locali, la normativa consente di sostituire o affiancare le indicazioni comunitarie DOP e IGP con quelle tradizionali del paese di produzione quindi, per l’Italia: Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG), Denominazione di Origine Controllata (DOC) e Indicazione Geografica Tipica (IGT). Per un approfondimento sull’argomento si rimanda al post sulla classificazione dei vini in Italia. L’indicazione della categoria può essere omessa in Italia solo per i vini Asti, Marsala e Franciacorta, in Francia per lo Champagne e in Portogallo per il Port o Porto e Madeira o Madère.

Cos’è un vino varietale?

Si tratta di un vino senza denominazione di origine o indicazione geografica e, quindi, non soggetto ad alcun disciplinare di produzione, che deriva per almeno l’85% dalla vinificazione di uve del vitigno indicato in etichetta. Tuttavia, per proteggere le varietà territoriali, possono essere indicati in etichetta solo i vitigni internazionali: Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, tra i vitigni rossi, Chardonnay e Sauvignon, tra quelli bianchi. L’indicazione “Varietale” può essere seguita e dal colore di base (bianco, bosso o rosato). I vini varietali possono anche essere denominati “spumanti” e “frizzanti”.

Cosa significa “Contiene solfiti”?

La dicitura “Contiene solfiti” è obbligatoria per i vini che contengono più di 10 mg/litro di anidride solforosa (vale a dire la grande maggiornaza dei vini in commercio). Per i vini che contengono meno di di 10 mg/litro di anidride solforosa è libera scelta dell’imbottigliatore di non apporre la dicitura “Contiene solfiti” o invece di indicare il valore effettivo (e certificato da un laboratorio autorizzato), offrendo così un’informazione totalmente completa e corretta

Che differenza c’è tra “Imbottigliato all’origine” e “Imbottigliato nella zona di produzione”?

Qualora l’imbottigliamento avvenga all’interno della stessa azienda agricola di produzione delle uve sono ammesse alcune diciture come “Imbottigliato all’origine da…”, “Imbottigliato dal viticoltore…”, “Imbottigliato dall’azienda agricola” o simili. Analogamente, nel caso in cui l’imbottigliamento sia effettuato presso un’associazione di produttori è ammesso l’utilizzo delle espressioni “Imbottigliato all’origine dalla Cantina Sociale…”, “Imbottigliato all’origine dai Produttori Riuniti…”, o simili. Invece, alcuni disciplinari consentono che, qualora l’imbottigliamento avvenga in un’azienda ricompresa nel perimetro della zona geografica protetta per il vino in questione, o nelle sue imediate vicinanze, sul’etichetta possa essere scritto “Imbottigliato nella zona di produzione…”

Cos’è il codice ICQFR?

Il codice ICQRF è il codice identificativo attribuito alle aziende imbottigliatrici dal “Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agro-alimentari”, che ha sotituito l'”Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari” (acronimo ICQ), prima ancora denominato “Istituto Centrale Repressione Frodi” (acronimo ICRF). Per effetto dei frequenti aggiornamenti dei nomi dell’ufficio preposto, è possibile trovare in commercio vini con acronimi differenti che indicano a tutti gli effetti lo stesso tipo di codice. L’azienda imbottigliatrice identificata tramite ICQRF è responsabile legalmente del vino presente in bottiglia

Perché sull’etichetta è indicato sempre chi ha imbottigliato il vino ma non sempre chi lo ha prodotto?

L’imbottigliatore, sia esso lo stesso produttore oppure un rivenditore, rappresenta in ogni caso l’ultimo anello della catena produttiva del vino e, pertanto, più prossimo al consumatore. Per questo motivo è la figura chiamata a rispondere legalmente alle istanze di chi ha acquistato il vino e, proprio per questo motivo, è indicato in etichetta, avendo a sua vota eventualmente facoltà di rivalersi sul produttore

Vino biologico, biodinamico, naturale o da uve biologiche: che differenza c’è?

Fino al 2012 non era possibile etichettare un vino come “biologico” ma solo come “vino prodotto con uve da agricoltura biologica” o “vino ottenuto da uve biologiche” poiché era possibile certificare solo la fase di coltivazione della vite. Oggi invece che viene certificata anche la fase di lavorazione in cantina è la denominazione “da uve biologiche” a non essere più ammessa, mentre è consentito definire un vino biologico. Però, poichè si tratta di una modifica piuttosto recente, è ancora possibile trovare legittimamente in commercio bottiglie recanti in etichetta l’espressione “vino prodotto con uve da agricoltura biologica”.

Per quanto riguarda l’attributo “biodinamico“, nonostante l’accesa discussione sul tema, non è ancora stata definita una normativa europea che disciplini questa tipologia. Tuttavia, i parametri che definiscono il metodo agricolo biodinamico sono già stati normati e quindi non si può escludere la liceità di indicare in etichetta la derivazione da uve di agricoltura biodinamica, a patto che, come sempre, tale affermazione non sia espressa in forma eccessivamente elogiativa e sia verificabile.

Ma è sul termine “naturale” che negli ultimi tempi si consumano gli scontri più accesi. Pur non sussistendo alcuna norma in merito, l’orientamento prevalente è di ritenere scorretto acclamare come naturale non solo un vino “convenzionale” ma anche un vino biologico o da uve di agricoltura biodinamica. Il motivo di tale propensione risiede proprio nella mancanza di una definizione normativa, vacanza che lascia troppi margini di interpretazione e rende di fatto impossibile qualsiasi verifica, ma soprattutto nell’eccessivo valore encomiastico associato al termine naturale che potrebbe voler condizionare il consumatore.

 


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Come leggere le etichette del vino

La normativa che regola l’etichettatura delle bottiglie di vino ha inteso farne uno strumento di consapevolezza per il consumatore, tanto che, spesso, per spiegare il valore dell’etichetta si usa la metafora della “carta di identità del vino”. Per questo motivo tutte le indicazioni fornite in etichetta devono non solo essere solo veritiere ma anche verificabili: vale a dire che tutte le lavorazioni e le caratteristiche che non possono essere dimostrate o, meglio, certificate non possono essere dichiarate perché potenzialmente ingannevoli.

Nell’etichetta, pertanto, il consumatore può e deve trovare risposta alle domande che, legittimamente e spontaneamente, possono sorgere al momento dell’acquisto:

  • Di che vino si tratta?
  • Da dove proviene?
  • Quanto ce n’è?
  • Quali sostanze contiene?

A queste domande l’etichetta deve rispondere con una serie di indicazioni obbligatorie per tutti i tipi di vino

Il significato delle etichette del vinoSpesso osserviamo che sulle bottiglie possono essere presenti controetichette e collarini. La normativa non privilegia alcun tipo di impostazione e non impone dove inserire le diverse indicazioni obbligatorie e facoltative ma fissa un principio di buon senso: tutte le informazioni obbligatorie di cui sopra devono comparire nel medesimo “campo visivo”, dove per “campo visivo” si intende la superficie della bottiglia che può essere abbracciata con un solo sguardo, senza doverla ruotare.

Oltre a quelle già citate, possono figurare in etichetta anche altre indicazioni obbligatorie (ad esempio l’annata per i vini DOP, l’azienda importatrice per i vini esteri o gli zuccheri residui per gli spumanti) e ulteriori informazioni facoltative (caratteristiche organolettiche, temperatura di servizio, abbinamenti gastronomici, testi in altre lingue …) ed elementi distintivi (immagini, logo, nome di fantasia, metodo di produzione, informazioni sul produttore, …).

L’inseme delle informazioni obbligatorie e facoltative e le modalità con cui devono o possono essere comunicate in etichetta è in parte variabile in funzione della classificazione del vino: “Vino”, “Vino Varietale”, “Vino a Indicazione Geografica Protetta”, “Vino a Denominazione di Origine Controllata”, “Vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita” (per un approfondimento sulle diverse tipologie di vini si rimanda al post sulla classificazione del vino in Italia). Ad esempio, per i vini DOC e DOCG è obbligatoria la “fascetta”, il contrassegno stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato su cui è impresso un codice identificativo che consente la tracciabilità della bottiglia.

Ricordiamo poi che sulle capsule di tutti i vini e sulle chiusure di sicurezza degli spumanti deve comparire il codice ICQRF, un codice, rilasciato dal “Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agro-alimentari”, che identifica univocamente l’azienda che ha effettuato l’imbottigliamento (in proprio o ha fatto imbottigliare il vino per proprio conto) e che è responsabile a tutti gli effetti del vino contenuto nella bottiglia. E’ all’azienda imbottigliatrice quindi che il consumatore deve rivolgersi per ogni contestazione.

Inoltre, segnaliamo che vige una regolamentazione speciale per le etichette dei vini spumanti che merita una breve trattazione apposita.


Entriamo ora nel merito delle singole indicazioni per comprendere i significati dei termini e dei simboli riscontrabili in etichetta , a breve, pubblicheremo un post nel quale proveremo a dare risposte ad alcuni dubbi comuni che possono sorgere leggendo le etichette.

Indicazioni SEMPRE obbligatorie nelle etichette

Denominazione di vendita

La denominazione “VINO” è sempre ammessa per tutti i vini “prodotti attraverso la fermentazione alcolica totale o parziale di uve fresche o di mosti d’uve” che abbiano un contenuto di alcool compreso tra 9% vol e 15% vol e un’acidità totale (acido tartarico) uguale o superiore a 3,5 g/l. Tuttavia, non si trovano mai bottiglie con la sola laconica denominazione “vino” poiché di norma si utilizzano indicazioni più articolate:

  • per i vini generici, privi di denominazione di origine o indicazione geografica, la denominazione di vendita “VINO” può essere seguita dalla specificazione del colore “ROSSO” / “BIANCO” / “ROSATO
  • per i vini varietali la denominazione “VINO” può essere accompagnata dall’indicazione del vitigno e dell’annata
  • per i vini a indicazione geografica o a denominazione di origine la dicitura “VINO” può essere omessa (in alcuni casi è obbligatorio ometterla) pertanto, quale deominazione di vendita, è utilizzato il nome geografico della zona viticola protetta accompagnato dalla relativa menzione, Denominazione di Origine Controllata e Garantita, Denominazione di Origine Controllata o Indicazione Geografica Tipica (non sono ammessi gli acronimi DOCG, DOC, IGT), e seguito da eventuali sottodenominazioni

Titolo alcolometrico volumico effettivo

Il titolo alcolomerico volumico effettivo corrisponde al grado alcolico svolto, esprime cioè la percentuale di alcool puro sul volume totale del vino presente in bottiglia. Il valore (compreso tra 9 e 15) deve essere espresso in unità o mezze unità e può essere preceduto in etichetta dalle espressioni “titolo alcolometrico effettivo”, “alcole effettivo” o “alc”. Il valore indicato può discostarsi al massimo di +/- 0,5% rispetto ai risultati delle analisi condotte sul prodotto. Sono tollerate variazioni +/- 0,8% per i vini invecchiati più di 3 anni, per i vini liquorosi e anche per gli spumanti

Azienda imbottigliatrice

Sulle etichette è obbligatorio indicare chi ha effettuato l’imbottigliamento ed è quindi responsabile legalmente per il prodotto. L’azienda imbottigliatrice può essere identificata tramite “nome”, “comune” e “stato” opure tramite codice ICQRF. L’indicazione del produttore, se diverso dall’imbottigliatore, è facoltativa. Nel caso in cui imbottigliatore e produttore coincidano la legge consente l’utilizzo di alcune espressioni ad hoc (ad esempio “Integralmente prodotto e imbottigliato da…“). Per i vini esteri al posto dell’imbottigliatore deve essere indicato l’importatore.

Paese di produzione

L’Unione Europea ha introdotto l’indicazione dello stato di provenienza allo scopo di valorizzare i paesi produttori. Sull’etichetta di tutti i vini italiani deve quindi essere sempre specificato “Prodotto in Italia”. La norma ammette che siano utilizzate anche altre forme espressive (“Prodotto italiano”, “Vino italiano”, …), ma non ammette l’utilizzo della parola “Italia” da sola.

Volume nominale

Indica la quantità di vino presente in bottiglia. Può essere espressa in millilitri, centilitri o litri (sono ammesse le abbreviazioni convenzionali in ml, cl, l) e deve essere accompagnata dalla lettera “e”, simbolo di “stima”

Lotto di imbottigliamento

Il numero di lotto compare in etichetta preceduto dalla lettera “L”. E’ un numero predefinito dall’imbottigliatore per identificare un insieme di bottiglie confezionate in un ristretto lasso di tempo e in condizioni praticamente identiche. Non esiste una regola che fissa la composizione del lotto (può essere un ID progressivo o contenere la data, indifferentemente) l’unico vincolo posto dalla legge è che si tratti di un numero univoco che consenta l’esatta identificazione del vino imbottigliato. In assenza di fascetta, infatti, il numero di lotto è lo strumento di rintracciabilità del prodotto.

Eventuale presenza di allergeni

Nel vino possono essere presenti alcuni allergeni: talvolta può trattarsi di uova o latte utilizzati per la chiarifica ma, di norma, si tratta di anidride solforosa. La legge prevede che la scritta “Contiene solfiti” compaia in etichetta ogni qual volta superi la concentrazione di 10 milligrammi/ litro (come è praticamente la grande maggioranza dei vini in commercio). Occorre puntualizzare che l’anidride carbonica si sviluppa naturalmente durante la fermentazione del vino e tuttavia la legge non fa distinzione tra solfiti formati spontaneamente e solfiti aggiunti ma fissa solo una regola sulla quantità minima che obbliga all’indicazione in etichetta. Anzi, nel 2012 è stata abolita la norma che obbligava l’indicazione della presenza di solfiti aggiunti, pertanto si può addirittura ritenere che la dicitura “Non contiene solfiti aggiunti” non sia propriamente conforme. La presenza di latte e uova invece deve essere dichiarata sempre, ogni qual volta siano presenti tracce nel vino, indipendentemente dalla concentrazione.


Uteriori indicazioni riscontrabili nelle etichette

Nome di fantasia del vino o marchio commerciale dell’imbottigliatore

Queste indicazioni sono sempre ammesse ma vige una rigida regolamentazione che vieta l’utilizzo di nomi che possano trarre in inganno il consumatore, ad esempio utilizzando sinonimi o vocaboli allusivi di denominazioni protette e indicazioni geografiche protette o che caratteristiche che non possono essere legittimamente associate al vino imbottigliato. Semplificando, si potrebbe dire che la regola pratica è questa: “Tutto quello che non può andare in etichetta non può comparire nel marchio

Annata

L’indicazione dell’annata è:

  • obbligatoria per i vini DOCG, DOC e IGT
  • facoltativa per i vini varietali (ma solo a condizione che almeno l’85% delle uve utilizzate nella vinificazione sia stato vendemmiato nell’anno indicato)
  • vietata per i vini senza denominazione d’origine o indicazione geografica

Uvaggio

L’indicazione della varietà di vite in etichetta è vietata per i vini senza denominazione d’origine o indicazione geografica ma consentita per i vini varietali. La denominazione “varietale” e l’indicazione in etichetta dell’uvaggio è consentita solo per i vini che derivano per almeno l’85% dalla vinificazione di uve appartenenti alle sette varietà internazionali ammesse dal MiPAAF (Ministero Politiche Agricole Alimentari Forestali) di un vitigno internazionale. Per i vini DOP possono sussistere casi in cui il nome del vitigno è parte integrante delle denominazione d’origine (ad esempio “Barbera d’Asti”) e altri in cui il nome del vitigno può essere associato alla denominazione di vendita

Tenore zuccherino

L’indicazione in etichetta della quantità di zucchero residuo dopo la fermentazione è obbligatoria per gli spumanti mentre è facoltativa per le altre tipologie di vino.

Menzioni ammesse

Le indicazioni ammesse in etichetta sono regolamentate in funzione della classificazione del vino ma in ogni caso devono essere sempre documentabili e non vantare caratteristiche proprie di vini superiori. In etichetta possiamo trovare riferimenti a

  • colore caratteristico
  • modalità di produzione e/o invecchiamento
  • azienda produttrice o toponimi caratteristici (abbazia, castello, rocca, …):solo per i vini DOP e IGT derivanti da uve coltivate e vinificate interamente nell’azienda che possiede l’edificio
  • sottozone geografiche o “vigna” (solo per i vini DOP)
  • sottodenominazioni: “Classico”, “Riserva”, “Superiore (solo per i vini DO)

Informazioni aggiuntive

E’ facoltà dell’imbottigliatore fornire al consumatore pareri e consigli per il consumo: caratteristiche organolettiche, abbinamenti, modalità di conservazione, temperatura di servizio, …

Inoltre in etichetta possono esser inseriti ulteriori elementi informativi, tipicamente codice a barre, qr code, marchi di qualità, sito internet, …

L’attributo “Biologico”

Per poter etichettare un vino come “Biologico” occorre che tanto la coltivazione delle uve che il processo di vinificazione abbiano rispettato un insieme di regole codificate e che abbiano ottenuto idonea certificazione.

Loghi internazionali

Poiché l’unione europea consente l’utilizzo delle menzioni tradizionali DOCG,DOC e IGT in luogo delle denominazioni comunitarie DOP e IGP, è facoltà dell’imbottigliatore aggiungere in etichetta i loghi europei. Anche per gli allergeni è possibile apporre i corrispondenti pittogrammi disegnati dalla UE e per i vini biologici utilizzare il corrispondente logo comunitario.
Loghi della Comunità Europea per le etichette del vino: DOP, IGP, Contiene solfiti, Vino biologico


Le etichette dei vini spumanti

La particolarità dell’etichettatura dei vini spumanti discende direttamente dalla particolarità del processo produttivo di questa tipologia di vini che prevede un’elaborazione più complessa. Tratteggiamo qui alcuni aspetti salienti per la comprensione dell’etichetta.

Gli spumanti possono essere arricchiti con anidride carbonica, in questo caso, la denominazione corretta è “vino spumante gassificato“. Questa categoria non include alcun vino a denominazione d’origine o indicazione geografica.

Per gli spumanti che non contengono solfiti aggiunti sussistono tre standard: “vino spumante”, “vino spumante di qualità”, “vino spumante di qualità del tipo aromatico”. Occorre precisare che, nonostante i solfiti presenti in questi vini siano tutti di origine naturale non è possibile fregiare il vino dell’attributo “naturale” perché, come già detto, sono i vini addizionati con anidride carbonica a dover esser distinti con l’attributo “gassificato”. Alcuni spumanti appartenenti alle categorie summenzionate possono anche vantare una DOP o IGP: per questi ultimi è possibile scrivere “fermentato in bottiglia“. Inoltre, per gli spumanti DOP non è obbligatorio, per fregiarsi della denominazione, che l’intera fase di vinificazione sia completata nel territorio della denominazione protetta.

Un’altra particolarità riscontrabile sulle etichette dei vini spumanti è che al posto dell’imbottigliatore è indicato il produttore o venditore ma, in questo caso, occorre capire bene il ruolo che questi termini identificano: “produttore” non è l’azienda che ha effettuato l'”elaborazione di base” ma quella che ha imbottigliato e curato la fermentazione; “venditore” è la figura commerciale che acquista gli spumanti da piccoli produttori e li distribuisce con il proprio marchio.

Un vincolo molto importante è poi l’indicazione obbligatoria del tenore zuccherino, ovvero della quantità di zuccheri residui nel vino (riscontrabili con l’indicazione “zucchero residuo […] g/l”). Il tenore zuccherino determina la tipologia del vino spumante: “Dosaggio zero” (ultra secco, senza zuccheri aggiunti); “Extra brut” (molto secco); ” Brut” (secco/asciutto); “Extra dry” (secco); “Secco” (secco/abboccato); “Demi sec” (amabile); “Dolce”.

La peculiarità più evidente è però nella bottiglia sciampagnotta e nel tappo a fungo con chiusura di sicurezza, elementi riservati agli spumanti e ai vini frizzanti e ai mosti d’uva parzialmente fermentati DOP o IGIP sopra ai quali deve comparire il nome o il codice identificativo del produttore o del venditore.


Hai ancora qualche dubbio o curiosità? Prova a leggere le nostre risposte alle domande più comuni sulle etichette del vino.

Il vino è…

Il dizionario (Zingareli/Zanichelli) definisce in estrema sintesi il vino come una “bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del mosto d’uva“. Tuttavia chi apprezza il vino sa quanto riduttiva sia tale definizione che lascia fuori tutta la straordinaria esperienza sensoriale, emotiva e intellettuale che porta con sé l’assaporare un buon vino.
Allora abbiamo cercato altre definizioni, poetiche, e ne abbiamo trovate diverse che descrivono quel tratto di profonda umanità che connota tutto il ciclo vitale del vino dalla coltivazione e vinificazione all’assaggio e alla condivisione.
Le nostre definizioni preferite le abbiamo raccolte in questa pagina e montate in un piccolo video.

Il vino è una specie di riso interiore che per un istante rende bello il volto dei nostri pensieri
[Henri de Régnier]

Il vino è un composto di umore e luce
[Galileo Galilei]

A volte il vino è la manifestazione liquida del silenzio
[Louis Sepulveda]

Il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra
[Mario Soldati]

Il vino è poesia imbottigliata
[Robert Louis Stevenson]

“Il vino è il canto della terra verso il cielo”
[Luigi Veronelli]

Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo
[Ernest Hemingway]

[Il vino] E’ come una carezza segreta che mi risveglia ricordi
[James Joyce]

Il vino è il più certo, e (senza paragone) il più efficace consolatore
[Giacomo Leopardi]

Il vino è talvolta una scala di sogno
[Antonio Machado]

Un buon vino è come un buon film: dura un istante e ti lascia in bocca un sapore di gloria; è nuovo ad ogni sorso e, come avviene con i film, nasce e rinasce in ogni assaggiatore
[Federico Fellini]

La classificazione dei vini in Italia (Infografica)

Quali garanzie di qualità offrono i marchi a denominazione di origine IGT, DOC e DOCG? Che rapporto c’è con i marchi europei DOP e IGP? Cosa sono i vini varietali di cui si sente tanto parlare ultimamente? Quale differenza c’è tra un vino a denominazione di origine e un vino comune, il cosiddetto “vino da tavola“? Quanti sono i vini a denominazione di origine in Italia? Per cercare di rispondere a queste domande, abbiamo preparato questa sintesi della classificazione dei vini in Italia.

E’ disponibile anche l’articolo completo sulle tipologie dei vini italiani e la breve guida in PDF per la stampa.

Classificazione dei vini italiani DOC, IGT, DOCG

DOC e DOCG? TVB! (Ossia della classificazione dei vini in Italia)

La regola aurea del consumatore accorto è quella di leggere sempre le etichette. Ma se sulle etichette troviamo termini, acronimi, simboli o unità di misura che non conosciamo approfonditamente anche la lettura più attenta risulta inutile. Iniziamo allora dalla classificazione dei vini che possiamo trovare indicata in etichetta, per capire lo spirito con cui è stata pensata, quali informazioni possiamo dedurne e in che modo questa classificazione ci tutela, in quanto consumatori, e può guidare la nostra scelta.

Per saltare il quadro generale e andare direttamente alle definizioni delle tipologie di vino, seguite i link sotto:

Abbiamo preparato anche una sintesi in infografica dell’articolo e una breve guida pdf per la stampa.

La classificazione dei vini è disciplinata dai regolamenti emanati dalla Comunità Europea e recepiti dalle normative nazionali. La classificazione voluta dalla Comunità Europea intende suddividere i vini in due tipologie essenziali:

  • i vini che mantengono una correlazione stretta con il territorio di coltivazione delle uve con cui sono prodotti e che si inseriscono in un percorso di vinificazione più o meno strettamente regolamentato. Appartengono a questo gruppo i vini corrispondenti alle classificazioni europee IGP (Indicazione Geografica Protetta) e DOP (Denominazione di Origine Protetta)
  • i vini non necessariamente riconducibili a vitigni specifici e/o a zone di produzione definite e non vincolati da regolamenti per la vinificazione. Sono i vini numericamente più diffusi in Italia, quelli comunemente noti come “vini da tavola” sebbene tale dicitura, inquadrata dalla vecchia normativa, oggi non sia più legale poiché la Comunità Europea ha voluto sfrondare il più possibile le denominazioni.

Tuttavia la normativa italiana ha introdotto alcune varianti importanti rispetto alle linee guida europee, introducendo la sigla IGT (Indicazione Geografica Tipica) che può essere utilizzata (e spessissimo lo è) in luogo della sigla IGP e le classificazioni vini DOC (Denominazione di Origine Controllata) e vini DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) in luogo della classificazione DOP introdotta dall’Europa.

Classificazione Vini IGP DOP

Inoltre, all’interno delle classificazioni territoriali la normativa italiana prevede che possano essere specificate sottozone geografiche oppure sottodenominazioni.

In sostanza la classificazione dei vini in Italia può essere rappresentate come una “piramide” alla cui base troviamo i vini senza denominazione di origine, vini soggetti a minori restrizioni e vincoli di legge (ma ugualmente sottoposti a norme e controlli per quel che riguarda gli aspetti igienico-sanitari) che sono poi quelli più largamente diffusi. Al di sopra si trovano le altre tipologie, potremmo dire “territoriali”, soggette ad una rigida regolamentazione, via via più restrittiva e vincolante mano a mano che si sale verso il vertice, rappresentato dai vini DOCG.

Piramide classificazione vino

Le regole che normano i vini a denominazione di origine sono raccolte nei disciplinari che definiscono gli standard qualitativi di produzione per i vini DOC e IGT, di produzione e imbottigliamento per i vini DOCG. In estrema sintesi, i disciplinari definiscono per ciascuna denominazione di origine: le zone di produzione dell’uva, la resa massima per ettaro, il titolo alcolometrico minimo (la gradazione alcolica svolta) e alcune caratteristiche fisico-chimiche e organolettiche distintive. Ogni anno, apposite commissioni verificano che il vino di ogni singolo produttore soddisfi tali requisiti.

Disciplinari vino DOCG DOC IGT

Da questo quadro risulta evidente che l’intenzione del legislatore, sia europeo che italiano, è stata quella di valorizzare le tipicità e di tutelare i consumatori rispetto a frodi e sofisticazioni, anche a costo di appesantire, e non poco, gli adempimenti burocratici a carico di produttori e imbottigliatori.

Tra i provvedimenti più “visibili” a tutela dell’acquirente ci sono una serie di specifiche indicazioni obbligatorie da includere in etichetta (di cui tratteremo in un post dedicato) e l’obbligo di apporre su ogni bottiglia di vino DOC o DOCG uno speciale contrassegno stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, noto come “fascetta”, sul quale è impresso un codice alfa-numerico di tracciabilità. Tramite i siti di molti consorzi di tutela, digitando il codice è possibile verificare l’azienda imbottigliatrice, la data di imbottigliamento e altre informazioni ma soprattutto assicurarsi dell’autenticità del marchio (ad esempio per il Gavi DOCG è possibile utilizzare il modulo di rintracciabilità sul sito del Consorzio Tutela del Gavi). Vediamo ora in dettaglio le specifiche relative alle diverse classificazioni.

Vino

I vini che appartengono a questa categoria derivano da uve autorizzate senza vincoli di territorialità o tipolgia di vitigno e senza particolari prescrizioni che ne regolano la produzione se non quelle di carattere igienico-sanitario. Sull’etichetta devono obbligatoriamente riportare la ragione sociale dell’imbottigliatore mentre è facoltativa l’indicazione del colore (rosso, bianco o rosato) e dell’annata. E’ espressamente vietato fare riferimento ai vitigni utilizzati.

Verrebbe spontaneo pensare che questi vini siano di bassa qualità ma questo giudizio non è necessariamente vero. Può capitare infatti che un vino cosiddetto da tavola nasca magari da una scelta ideologica di rifiuto delle norme di classificazione o, più facilmente, dalla semplice necessità “commerciale” di rinunciare al titolo per poter agire liberamente sul prezzo e andare così incontro a una domanda più ampia che consenta di “smaltire” i frutti di un’annata particolarmente generosa. Vero è che questi vini sono sottoposti a minori controlli e quindi, davanti ad un’offerta pressoché infinita, l’acquirente è privo di garanzie di qualità e deve arrangiarsi da sé. Insomma, come per i “saldi”, il consumatore si può trovare con la stessa facilità davanti ad una favorevole opportunità di acquisto o a una solenne fregatura. Tutelatevi allora approfondendo la vostra conoscenza del prodotto, effettuando qualche ricerca o, meglio ancora, recandovi in cantina.

Vino Varietale

I vini derivanti per almeno l’85% da una certa varietà d’uva possono riportare in etichetta l’indicazione del vitigno principale. Sono ammissibili però solo vini varietali da vitigni internazionali (Cabernet, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Sauvignon, Syrah). Come per i vini comuni, è d’obbligo indicare in etichetta la ragione sociale dell’azienda imbottigliatrice, mentre l’annata resta facoltativa.

Vini ad Indicazione Geografica Tipica (IGT)

Questi vini prendono il nome dalla zona geografica di produzione dell’uva da cui sono ottenuti (per almeno l’85%). Per ottenere la classificazione IGT si rende necessario osservare un disciplinare di produzione disegnato nei suoi caratteri essenziali dalla normativa europea per tutti i vini IGP e tuttavia meno restrittivo di quelli in essere per i vini DOP, ovvero DOC e DOCG. Per i vini IGT, fatta salva l’obbligatorietà di precisare l’azienda imbottigliatrice, è legittimo indicare in etichetta oltre al territorio di provenienza, il vitigno, il colore e l’annata. In Valle d’Aosta, ove vige il bilinguismo francese, la sigla IGT può essere sostituita dalla denominazione “Vin de pays”, mentre per i vini prodotti in provincia di Bolzano, in forza del bilinguismo tedesco, può essere utilizzata la denominazione “Landweine”.

Sebbene la classificazione IGT corrisponda al livello più basso delle denominazioni di origine è possibile trovare all’interno d questa classificazione anche vini di grandissimo pregio, frutto del lavoro serio ed accorto di bravi produttori. Le denominazioni IGT in Italia sono 118 di cui però neppure una in Piemonte, la nostra regione.
Mappa dei vini a denominazione di origine in Italia e in Piemonte

Vini a Denominazione di Origine Controllata (DOC)

La classificazione DOC si riferisce a zone tradizionalmente vocate a dare vini di qualità che, prima di ottenere tale riconoscimento, hanno mantenuto la classificazione IGT per almeno 5 anni. I vini DOC devono esprimere un carattere peculiare fortemente legato al territorio di coltivazione dell’uva e rispettare, in tutte le fasi di produzione, le prescrizioni del disciplinare di riferimento (zona di produzione, vitigno, resa per ettaro, titolo alcolometrico minimo, estratto secco, acidità totale, etc.). Oltre alla certezza sulla zona e sul vitigno di provenienza la dicitura DOC è anche una garanzia di qualità poiché, prima di poter essere commercializzati fregiandosi di tale titolo, i vini devono superare la valutazione da parte di un team di esperti delle caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche.

Ad oggi (settembre 2013) le DOC in Italia sono 330: la maggiore concentrazione è in Piemonte, dove ne riscontriamo 42, tra cui il Monferrato Dolcetto, Piemonte Moscato e Piemonte Grignolino, vini che potete trovare anche nella nostra cantina.

Vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG)

La denominazione DOCG è riservata a tipologie di vini che avendo militato per almeno 10 anni tra le file dei vini DOC possano vantare un particolare e consolidato prestigio e siano riconosciute di pregio sotto il profilo della valutazione sensoriale. I disciplinari da osservare per ottenere la classificazione DOCG stabiliscono puntualmente procedure e controlli durante tutto il ciclo di produzione dalla vigna alla bottiglia. Le analisi delle caratteristiche del vino sono infatti verificate sia in fase di produzione che successivamente all’imbottigliamento, quando viene effettuato anche un assaggio da parte di un’apposita commissione di esperti che effettua una valutazione sensoriale. Ecco perché la garanzia espressa dal titolo DOCG risulta del tutto affidabile.

Le DOCG sono 73: di queste ben 16 in Piemonte, tra cui il Cortese di Gavi e la Barbera d’Asti presenti nel nostro assortimento.

Per i vini DOC e DOCG sono inoltre previste ulteriori specificazioni:

  • Classico: la dicitura “Classico” o “Storico” (quest’ultima riservata ai vini spumanti) indica che il vino è stato prodotto in una sottozona di una DOC o DOCG che può vantare trascorsi più antichi e prestigiosi del restante territorio cui la denominazione si riferisce. E’ possibile che siano previsti regolamenti appositi che sopraintendono alla definizione
  • Riserva: la qualifica “Riserva” è attribuita ai vini DOC o DOCG che hanno sostenuto un invecchiamento (affinamento compreso) più lungo rispetto a quello previsto dal disciplinare di riferimento di almeno: – 2 anni per i vini rossi – 1 anno per i vini bianchi e gli spumanti fermentati in autoclave (“Metodo Martinotti” o “Metodo Charmat”) – 3 anni per i vini spumanti ottenuti con rifermentazione naturale in bottiglia
  • Superiore: la specificazione “Superiore” individua vini DOC o DOCG per i quali si stabilisce una resa per ettaro inferiore di almeno il 10% rispetto a quanto previsto dal disciplinare, allo scopo di migliorare le qualità organolettiche del vino e innalzare la gradazione alcolica di almeno lo 0,5% al di sopra dello standard di riferimento

Sotto denominazioni vini DOC-DOCG

Chi desiderasse approfondire le proprie conoscenze può prendere visione dei disciplinari che regolamentano i vini DOP e IGP in Italia sul sito del MIPAAF (Ministero delle Politiche Agricole e Forestali).

 


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Glossario minimo delle caratteristiche del vino

Abbiamo raccolto i termini usati più comunemente per descrivere le caratteristiche dei vini: come essi risultano (o dovrebbero risultare) alla vista, al naso e al palato. Senza pretendere di essere esaustivi (mancano i termini più facilmente interpretabili, come “dolce”, “liquoroso”, “profumato”, “pronto”, etc., e quelli più sofisticati come “maderizzato”, “agarico”, etc.), pensiamo che questa raccolta possa essere utile per comprendere i pareri e i consigli degli esperti o valutare le descrizioni spesso presenti nelle controetichette. Leggete, assaggiate e fate la vostra scelta!
E’ disponibile anche la versione PDF adatta per la stampa in formato A4 orizzontale del Glossario.

A   B   C   D  E  F   G   H   I   L   M   N   O   P   Q   R   S  T  U  V  Z

Glosario delle Caratteristiche del Vino

Abboccato: vino delicatamente dolce, ovvero con zuccheri residui che non si sono trasformati in alcol durante la fermentazione.

Acerbo: vino che, per l’acidità in eccesso, ricorda la frutta acerba e risulta ruvido al palato generando nell’insieme una sensazione sgradevole.

Acidulo: ricco di acidità. In alcuni vini, specie se giovani, un leggero sentore può conferire una gradevole sensazione di freschezza ma, in genere, una marcata presenza di acidi rende il vino poco piacevole.

Alcoolico: vino dal profumo e dal sapore caratterizzati da una notevole presenza di alcool e che, all’assaggio, trasmette a tutta la bocca una sensazione di calore molto forte, eccessiva.

Allappante: vino aspro, ruvido e astringente per l’eccesso di tannino. Caratterizza spesso vini destinati all’invecchiamento consumati ancora troppo giovani e immaturi.

Amabile: vino in cui la sensazione di dolcezza è avvertita chiaramente. Con una gradazione di dolcezza tra l’abboccato e dolce.

Amaro: sebbene sia facilmente intuibile la sensazione riconducibile a questo termine, lo abbiamo inserito nel nostro glossario per chiarire che un tocco di amaro nel gusto o nel retrogusto di un vino non è necessariamente un aspetto negativo. Anzi, per alcuni vini, specie rossi ricchi di tannini, si tratta di una nota caratteristica. Tuttavia non deve mai essere percepito come dominante, nel qual caso è davvero un difetto.

Ambrato: di colore nella tonalità del giallo tendente all’ambra. E’ caratteristico di vini bianchi passiti e liquorosi.

Aromatico: vino fragrante, in cui sono chiaramente e piacevolmente riconoscibili le componenti aromatiche proprie del vitigno da cui deriva.

Asciutto: vino leggermente astringente che lascia gradevolmente “pulita” la bocca.

Astringente: vino eccessivamente tannico che in bocca risulta aspro e ruvido, lasciandola legata e troppo asciutta. Talvolta con l’invecchiamento un vino astringente può acquistare morbidezza.

Beverino: (o di pronta beva) vino che non richiede affinamento e può essere consumato giovane. Si tratta in genere di vini poco complessi, di facile incontro, piacevolmente freschi.

Barricato: vino invecchiato in barriques, piccole botti di rovere. Il legno trasferisce al vino particolari aromi e sfumature nel sapore che risultano tanto più marcati quanto più è lungo l’affinamento e quanto più nuove sono le botti.

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Caldo: vino che in bocca genera una gradevole sensazione tattile di calore. Si tratta generalmente di una caratteristica positiva che accompagna i vini di buona struttura e gradazione alcolica. Se però il calore è la prima sensazione che si avverte, allora significa che il contenuto alcolico predomina coprendo le altre sensazioni e il vino non è armonico.

Caratteristico: vino che presenta al naso e all’assaggio caratteri tipici del vitigno e del territorio da cui deriva.

Corposo: (di corpo) vino ricco di alcool e di buona struttura generale, in cui tutti gli elementi (acidità, tannini, zuccheri, sali e alcol) sono abbondanti ed equilibrati e conferiscono una sensazione di pienezza.

Corto: vino dal profumo e dal sapore poco persistenti.

Debole: vino poco alcolico e privo di doti: senza corpo, scarso di profumo e incolore.

Delicato: vino di struttura leggera, di sapore e profumo tenui ma equilibrati: un vino armonico con caratteristiche di finezza.

Disarmonico: quando la carenza o l’eccesso di un componente genera un forte e spiacevole squilibrio tra le caratteristiche di un vino.

Equilibrato: vino un cui dolcezza e morbidezza equilibrano acidità e amaro cosicché tutti i componenti principali risultano armonizzati tra loro.

Erbaceo: vino in cui è riconoscibile un sentore vegetale. In alcuni vini, un leggero odore di erba appena tagliata è una nota caratteristica distintiva, di pregio, ma una sensazione troppo marcata denota invece un vino di scarsa qualità probabilmente prodotto con uve non del tutto mature.

Etereo: vino che trasferisce una sensazione pungente di alcolicità.Caratteristica tipica dei vini invecchiati.

Feccioso: vino di odore e sapore sgradevoli tipici della feccia (il sedimento derivante da bucce, vinaccioli e raspi).

Fresco: vino di leggera e gradevole acidità, ricco di profumi. E’ una caratteristica tipica dei vini giovani e a moderata alcolicità.

Fruttato: vino con profumo e sapore che ricordano quelli della frutta fresca matura.

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Generoso: vino dalla marcata componente alcolica (sopra alla media) ma di corpo altrettanto importante e quindi sostanzialmente armonico.

Giovane: è questo un termine che può assumere diversi valori: può indicare un vino dell’ultima annata (non un novello) ma già armonico, fresco e gradevole, oppure un vino invechiato che esprime, con equilibrio, connotati di freschezza, il profumo e la brillantezza tipici di un vino giovane, oppure può essere detto di un vino consumato troppo presto rispetto ad un corretto percorso di affinamento e per questo non equilibrato.

Granato: colore rosso scuro tipico dei vini rossi da invecchiamento.

Intenso: termine che può riferirsi a diversi aspetti di un vino: riferito al colore indica una tonalità carica, riferito al profumo ne indica l’ampiezza e al gusto la persistenza.

Leggero: vino poco alcolico ma equilibrato e piacevole.

Limpido: vino in cui non si riscontranno sospensioni e velature. La limpidezza è generalmente indice di un corretto processo di vinificazione che non ha lasciato depositi.

Magro: vino dalla struttura semplice, con pochi profumi e dalla bassa gradazione alcolica.

Maturo: vino che ha raggiunto un sufficiente equilibrio e che è pronto al consumo, può essere un vino adeguatamente invecchiato oppure un vino giovane che ha già sviluppato un’armonia tra tutti i componenti.

Millesimato: vino che riporta l’indicazione dell’anno di vendemmia dalle uve da cui è stato ottenuto. L’indicazione sottolinea anche che il vino non è stato “corretto” con altri provenienti da annate differenti. Solo per alcuni vini l’indicazione della vendemmia in etichetta è obbligatoria (ad esempio, per i DOCG, i novelli, alcune DOC, etc.)

Morbido: si dice di un vino armonico, ricco di alcool e glicerina, che trasmette sensazioni tattili piacevoli. Un vino in cui le sensazioni dure e ruvide (dovute all’acidità e ai tannini) sono perfettamente bilanciate da quelle dolci e calde (dovute agli zuccheri residui e all’alcool).

Novello: vino ottenuto con una particolare tecnica di fermentazione (carbonica) delle uve non pigiate e imbottigliato entro non più di due mesi dalla vendemmia. Questi vini risultano particolarmente profumati e vivi nei colori ma devono essere consumai entro sei mesi.

Ossidato: vino che, a causa del contatto con l’aria, ha perso freschezza e presenta un colore più scuro del normale.

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Paglierino: vino di colore giallo che ricorda quello della paglia.

Passito: vino ottenuto dalla pigiatura di uve appassite naturalmente sulla pianta o in appositi ambienti, ben areati, sui graticci. I vini passiti sono in genere ricchi di zucchero e tuttavia vantano una notevole alcolicità. Pastoso: vino morbido, ricco di zuccheri, tannini, alcool e glicerina, insomma di gran corp,o tanto da dare la sensazione di poterlo masticare.

Persistente: vino che suscita sensazioni olfattive e gustative piacevoli che durano a lungo.

Pieno: vino ricco di corpo e di struttura, ben equilibrato, morbido e pastoso.

Rotondo: vino maturo ed equilibrato, pieno e morbido. Indica un vino privo di difetti, non necessariamente di assoluta qualità.

Sapido: vino ricco di sali minerali e di acidità che suscita una piacevole sensazione di salato.

Secco: vino in cui gli zuccheri sono completamente fermentati e quindi non presenta alcuna sensazione dolce. Questi vini possono risultare asciutti o allappanti a seconda del maggiore o minor equilibrio raggiunto.

Sottile: vino poco corposo e povero di alcol. Se, nell’insieme, il vino risulta equilibrato, allora si tratta di una caratteristica positiva che ne sottolinea l’eleganza.

Svanito: vino che ha perso profumo e sapore tipici a causa di un’eccessiva maturazione o di una prolungata ossigenazione.

Tannico: vino ricco di tannini (sostanze cedute durante la vinificazione dalle bucce e dai vinaccioli o anche dal legno delle botti). Un vino tannico risulta generalmente ruvido e astringente ma non sempre si tratta di un difetto: vini di struttura molto importanti possono essere caratterizzati da un’adeguata tannicità. In genere l’eccesso di tannini è caratterstico dei vini consumati troppo giovani che, se lasciati ad affinare per un giusto periodo, possono evolvere e riequilibrarsi.

Tranquillo: vino che ha terminato la fermentazione e non presenta tracce di anidride carbonica. Fermo.

Velato: vino poco limpido, in cui sono riscontrabili particelle in sospensione oppure un sottile deposito sulle pareti della bottiglia.

Vellutato: vino armonico, molto morbido e rotondo.

Vinoso: vino giovane il cui profumo ricorda quello del mosto.

Vivace: vino con presenza di anidride carbonica che lo rende leggermente frizzante. In genere presenta colori brillanti ed  è fresco, leggermente acidulo.

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Come imbottigliare il vino (Infografica)

Ecco una sintesi dei nostri consigli per l’imbottigliamento “fai da te“.
E’ possibile anche scaricare e stampare (su carta in formato A3) la versione PDF.

Come imbottigliare il vino

 


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Molte persone amano ancora curare il proprio vino imbottigliandolo da sé e, in tempo di crisi, questo piacere del “fai da te” può consentire anche un risparmio, neppure tanto piccolo, utile al bilancio familiare.

Ma in pratica come imbottigliare? Di cosa c’è bisogno? Quando imbottigliare il vino? Abbiamo preparato per voi un vademecum dei consigli del vinaio per aiutarvi ad ottenere i migliori risultati ma, se andate di corsa e vi interessano solo le informazioni principali, potete dare un’occhiata all’infografica con la breve guida all’imbottigliamento.

Prepararsi all’imbottigliamento Come imbottigliare
1.La scelta del vino
2.La scelta delle bottiglie
3.La scelta del tappo
4.La scelta del momento
5.La preparazione delle bottiglie
6.Il travaso del vino
7.La tappatura delle bottiglie
8.La conservazione del vino

1. La scelta del vino

Secondo un pregiudizio diffuso i vini sfusi sarebbero per lo più di bassa qualità. Di certo non si possono acquistare sfusi vini pregiati o da invecchiamento, che oltre ad un investimento considerevole richiedono particolari cure, difficili da osservare in un imbottigliamento casalingo con il rischio di comprometterne irrimediabilmente la qualità. È possibile invece acquistare ottimi vini, sia rossi che bianchi, anche a prezzi accessibili, che si prestano ad essere consumati giovani e per questo più adatti ad una gestione casalinga.

Anzi, spesso dietro ad una generica e modesta etichetta “Vino Rosso” o “Vino Bianco” si possono celare anche vini DOC che, in occasioni di annate generose, per poter essere commercializzati in maniera più ampia sono “declassati”, perdono il titolo ma non le ottime caratteristiche. Da una visita in cantina e un contatto diretto con il vinaio potrete facilmente formarvi un’opinione sul prodotto, verificare personalmente la qualità delle diverse proposte e ottenere utili consigli per la cura più idonea.

Presso la nostra cantina è possibile acquistare vino sfuso, rosso o bianco, in damigiane da 23, 28 o 34 litri oppure in bag in box da 5,10 o 20 litri. Inoltre è possibile utilizzare per l’acquisto anche contenitori propri di differente capacità.

La scelta del vino sfuso in cantina

2. La scelta delle bottiglie

In linea teorica diversi tipi di bottiglie si sposano a diversi tipi di vino ma, trattandosi di un consumo familiare, possiamo restringere al massimo la scelta.

A noi piace molto la bordolese, attualmente la più utilizzata, adatta ad imbottigliare vini bianchi e rossi. Il successo della bordolese ha molti fondati motivi: la spalla larga trattiene eventuali depositi che possono essersi formati sul fondo ma non solo: è generalmente piuttosto leggera e offre una buona presa per cui risulta molto maneggevole, ha una base stretta che facilita lo stoccaggio e, di norma, è disponibile in diverse varietà di colore (bianco, verde e marrone) così da soddisfare un po’ tutte le esigenze.

Se preferite una linea più classica, vi suggeriamo l’emiliana, è una bottiglia più resistente perché nasce per i vini mossi come il lambrusco, ed è facilmente reperibile nelle rivendite dove, in genere, si può acquistare a prezzi più convenienti e in piccoli lotti.

Bottiglioni e bottiglie. bordolese ed emiliana

Quale colore? In genere per i vini rossi è indicato il colore marrone o verde e per i bianchi o rosati verde o bianco (per poter godere dei riflessi del vino). Tuttavia è importante ricordare che il vino soffre l’eccessiva esposizione alla luce e quindi se non potete proteggere adeguatamente le vostre bottiglie vi consigliamo di scegliere un colore scuro anche per i vini bianchi.

Bottiglie o bottiglioni? Nella bottiglia aperta il vino tende a ossidarsi e a perdere le proprie caratteristiche organolettiche piuttosto rapidamente. Se quindi non avete una famiglia molto numerosa vi consigliamo sicuramente le bottiglie da tre quarti. Se invece siete soliti aprire il vino in occasioni conviviali potete anche tranquillamente utilizzare bottiglioni da un litro e mezzo.

3. La scelta del tappo

Quella del tappo non è una scelta scontata: meglio approfondire le caratteristiche delle diverse tipologie di tappo per decidere qual’è la più adatta al tipo di vino acquistato e al proprio consumo

In linea di massima vi consigliamo il tappo di sughero tradizionale (monoblocco di almeno 4,5 centimetri di lunghezza) oppure i tappi sintetici che possono essere una valida alternativa, specie se pensate di consumare il vostro vino nel giro di un anno, come di solito è per una scorta casalinga. Ma per i tappi sintetici di qualità il prezzo non scende molto. Un po’ di risparmio si po’ ottenere con l’acquisto di tappi di sughero agglomerato però bisogna prestare un po’ di attenzione nella scelta ed in genere è bene scartare quelli venduti a prezzi davvero stracciati.

I tappi acquistati in eccesso possono essere conservati (non troppo a lungo se di sughero) per gli imbottigliamenti successivi purché ben chiusi e posti in un luogo pulito e asciutto (specie se di sughero). Leggete l’articolo con i consigli per la scelta del tappo, il suo utilizzo e per la consrevazione dei tappi di sughero per il vino.

I tappi a vite e  i tappi a corona sono le tipologie più economiche e negli ultimi tempi sono rivalutati anche dal mondo professionale (ma nell’imbottigliamento professionale i tappi a vite sono differenti perché hanno un colletto di sicurezza e la capsula, quindi isolano molto di più il vino). È però importante controllare il buono stato del tappo (non riciclate i tappi a corona) e effettuare con cura la tappatura per evitare una precoce ossidazione e degradazione del vino.
Per precauzione, utilizzarteli solo se pensate di consumare il vino entro un periodo di tempo davvero breve.

4. La scelta del momento

La tradizione ci tramanda alcuni precetti su il periodo, il clima e la luna migliore per imbottigliare.
Per quanto riguarda il periodo dell’anno, dipende dalle vostre intenzioni:

  • se vi fa piacere imbottigliare un vino giovane, non vi dispiace un leggero residuo zuccherino che nel tempo potrebbe rendere il vino leggermente vivace, desiderate conservarne il più possibile le caratteristiche floreali e fruttate e se pensate di esaurire la vostra scorta entro l’anno, allora il periodo migliore per imbottigliare è intorno al mese di marzo (tradizionalmente all’inizio della primavera o nei giorni pasquali);
  • se invece preferite un vino più stabile e un po’ più maturo, che possa tranquillamente affrontare una giacenza in bottiglia di un paio danni e forse anche di più, allora dovrete attendere la fine dell’estate, agosto-settembre.

Anche sulle condizioni meteo ci sono delle raccomandazioni come, ad esempio, di imbottigliare in giornate senza pioggia e vento e non troppo fredde… tuttavia per i vini stabili, come quelli acquistati presso cantine professionali, e se si imbottiglia in un luogo chiuso e riparato queste non sono prescrizioni vincolanti.

La scelta della luna invece è un fattore importantissimo nella tradizione poiché le fasi lunari influenzerebbero significativamente alcune caratteristiche del vino. In effetti la scienza nega che la luce solare riflessa dalla luna o il magnetismo che ad esempio influenza le maree sortiscano alcun effetto sul vino in cantina. Beh, come gli auguri a Natale, bere alla salute di un amico o lanciare il riso agli sposi… anche questi “gesti propiziatori”, a ben pensarci, non hanno effetti scientifici. Avete intenzione di abbandonare queste usanze?
E allora, se non bevete il vino solo per dissetarvi e non imbottigliate solo per risparmiare ma vi piace immergervi nella cultura e nella tradizione che il vino esprime,  seguite la tradizione e scaricate il lunario con le fasi della luna per imbottigliare.

Fasi lunari indicate per l'imbotttigliamento

IMPORTANTE:

Ricordate soprattutto di travasare il vino dalla damigiana prima possibile e comunque entro 20 giorni dall’acquisto: la damigiana non garantisce un buon livello di conservazione del vino. Per vini soggetti a rifermentazione, che possono diventare anche molto vivaci, come la bonarda, è opportuno imbottigliare entro due o tre giorni a massimo dall’acquisto.

5. La preparazione delle bottiglie

È importantissimo utilizzare sempre bottiglie ben pulite e asciutte, quindi se non sono nuove lavatele bene prima di riempirle. Per il lavaggio è in genere sufficiente l’acqua calda e in caso di incrostazioni e depositi resistenti la pulizia con uno spazzolino idoneo: meglio evitare i detergenti (a meno che con si acquistino prodotti professionali) che possono tramettere al vino odori e gusti strani. Dopo il lavaggio fate asciugare le bottiglie capovolte molto accuratamente: anche una piccola traccia di umidità può rovinare il vino.

Infine, prima di iniziare il travaso avvinate le bottiglie facendo passare un po’ di vino fino a bagnare tutta la parete interna (il vino utilizzato può essere passato da una bottiglia all’altra).

6. Il travaso del vino

I vini acquistati presso cantine professionali non necessitano di ulteriori lavorazioni, pertanto non è necessario filtrarli.

Ponete la damigiana su un piano più alto rispetto a quello delle bottiglie e iniziate il lavoro con la cannula da travaso (dalle nostre parti cantabrina o cantabruna) facendo in modo che il vino fluisca lentamente lungo le pareti della bottiglia.

Quando iniziate il travaso è meglio completare il lavoro sino a svuotare completamente la damigiana: nel caso in cui debba restare per diversi giorni mezza vuota, l’eccessiva ossigenazione potrebbe pregiudicare la qualità del vino rimasto.

A questo proposito, vorremmo farvi presente la praticità del bag in box: questo contenitore certo manca di fascino e di romanticismo ma presenta, rispetto alla damigiana, alcuni vantaggi pratici:

  • se interrompete il travaso, il vino non può incorrere nel rischio di ossidazione perché, mano a mano che si svuota, la sacca interna in plastica si accartoccia su se stessa impedendo all’aria di entrare
  • la scatola in cartone è molto maneggevole, può essere facilmente collocata su un ripiano più alto ed è munita di un piccolo rubinetto per cui per riempire le bottiglie non avrete bisogno di utilizzare la cannula.

Sì, lo sappiamo, sistemare a regola d’arte la cannula e aspirarvi il vino fa parte del divertimento… in ogni caso se voleste approfondire la vostra conoscenza del bag in box potreste leggere questo articolo: Vino in bag in box: la praticità è anche qualità?

Ancora un consiglio: non riempite troppo le bottiglie (lasciate circa un paio di centimetri dal tappo, un po’ di più se il vino è mosso o frizzante) perché con il caldo il vino aumenta di volume e potrebbe smuovere il tappo e fuoriuscire oppure rompere la bottiglia.

Terminato il lavoro è opportuno lavare subitola la cannula per il travaso con acqua calda , farla asciugare e riporla in un luogo pulito e asciutto.

Travaso del vino da damigiana a bottiglie

7. La tappatura

Qualsiasi tappo scegliate sarà necessario attrezzarsi con una macchinetta apposita.

Per una questione igienica è meglio non maneggiare troppo i tappi prima dell’imbottigliamento. Non riutilizzare assolutamente tappi già adoperati, di nessun genere, poiché non garantiscono una chiusura perfettamente ermetica.

Tappate le bottiglie appena terminato il lavoro così da non lasciare troppo a lungo il vino a contatto con l’aria, fatto che, come già detto, può compromettere le qualità organolettiche del vino.

Dopo l’imbottigliamento occorre lasciar riposare il vino in bottiglia almeno un paio di giorni prima di poterlo consumare.

8. La conservazione del vino

È molto importante conservare le bottiglie in un luogo fresco senza eccessivi sbalzi di temperatura con poca o senza luce e senza odori (benzina, detersivi, ecc).

Le bottiglie possono essere conservate sia in orizzontale che verticale. In genere la posizione orizzontale è consigliata per i vini da invecchiamento ma, come già detto, per questi vini non è il caso di cimentarsi con l’imbottigliamento fai-da-te: è consigliabile esaurire la scorta domestica entro un anno dall’imbottigliamento.

Infine, vi suggeriamo di completare il vostro lavoro con delle etichette che, oltre a conferire un aspetto più “professionale” alle vostre bottiglie, aiuteranno a ricordare la qualità, la provenienza e soprattutto l’annata del vino contenuto all’interno e quindi vi aiuteranno a non lasciare indietro Preventivo Vino - Contatti Vini Cartasegnabottiglie che non possono essere invecchiate, noi ogni anno prepariamo alcune etichette scaricabili e stampabili gratuitamente da tutti.

Beh, fateci sapere come è andata e contattateci se avete bisogno di altri consigli … oppure di un buon vino da imbottigliare ;-).


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