Archivi categoria: Gavi e il suo territorio

Cultura, paesaggio, storia, enogastronomia e divertimento alla scoperta dei dintorni di Gavi percorrendo Valle Scrivia, Val Borbera, Val Lemme

Itinerario Gavi e dintorni: tra vigneti e castelli storici

I dintorni di Gavi sono costellati da una moltitudine di borghi medioevali, ciascuno con la propria rocca fortificata o castello signorile, che si alternano al paesaggio di vigna e a sporadici boschetti. Così, per una rapida visita che possa consentirvi di cogliere l’essenza di questo territorio quasi con un solo sguardo, abbiamo preparato un itinerario ad anello (più o meno) di circa 60 km, con partenza e arrivo dall’uscita Serrvalle Scrivia dell’Autostrada A7 Milano – Genova (non ci si può sbagliare: è la stessa dell’Outlet).

Non abbiamo incluso strade sterrate ma alcune, sebbene asfaltate, sono stradine decisamente secondarie. Tuttavia, in genere, le direzioni sono ben segnalate. Inoltre, se siete dotati di smartphone o tablet e di una connessione internet mobile, potete seguire l’itinerario sulla mappa di Google che abbiamo creato appositamente (nella descrizione sotto richiamiamo indicati con le lettere i paesi e alcuni punti di interesse segnalati sulla cartina).

Mappa-Gavi-e-dintorni-p

Clicca sull’immagine della cartina per aprire la Google map interattiva

Se invece lo preferite abbiamo anche predisposto la versione pdf stampabile di questa piccola guida (scarica la nostra “Mini – guida alla scoperta di Gavi e dintorni, tra vigneti e castelli storici“).

Queste le tappe del nostro itinerario:

1. Direzione Tassarolo
2. Il castello di San Cristoforo
3. Castelletto D’Orba
4. Il castello di Montaldeo
5. Proseguire o tornare?
6. Il “castello dell’Innominato”
7. Il castello e il “ricetto” di Lerma
8. Sulla via del ritorno
9. L’ex abbazia di San Remigio
10. Santuario della Madonna della Guardia di Gavi
11. Gavi e la sua fortezza
12. Verso casa
13. Altre risorse utili per conoscere o visitare Gavi e dintorni

Partenza!

1. Direzione Tassarolo

Appena usciti dall’autostrada (A) tagliamo subito su per la collina alle spalle di Serravalle Scrivia seguendo le indicazioni per il Golf Club. Presto però lasciamo la strada che porta a Monterotondo (ci passeremo al ritorno) e, appena superata la chiesetta alla nostra sinistra, svoltiamo a destra in direzione Novi Ligure (B). Proseguiamo tranquillamente tra le vigne sino all’incrocio con la Strada Provinciale 158 che, compiendo una svolta a gomito, imbocchiamo in direzione Tassarolo – Gavi (C). Prima di arrivare al castello di Tassarolo, una piccola deviazione (Via della Rovere Verde) ci consente di ammirare un albero di ben 400 anni! Si tratta di un cerro-sughera (Quercus crenata), un incrocio naturale tra il cerro (Quercus cerris) e la quercia da sughero (Quercus suber), alto ben 18 metri con una chioma di 4 metri.

Cerro Sughera: albero di 400 anni a Tassarolo

Risaliamo verso il centro del paese dominato dal Castello (D) un tempo centro nevralgico della “Contea di Tassarolo”, feudo degli Spinola di Luccoli, una delle famiglie più importanti della storia genovese e tuttora proprietaria del castello. Gli Spinola vi si insediarono intorno alla metà del XIV° secolo, furono investiti del titolo di Conti nel 1560, nel 1689 acquisirono il diritto a creare una zecca per battere moneta e mantennero il governo del territorio sino al 1797 ovvero sino a che Napoleone non abolì il sistema feudale.
Oggi il la proprietà è un’azienda vitivinicola che utilizza i cavalli per i lavori in vigna.

2. Il castello di San Cristoforo

Proseguiamo, sempre tra i vigneti, verso Gavi ma per ora non entriamo in paese e giriamo (E) sulla Strada Provinciale 176. Seguiamo il corso del fiume Lemme diretti verso il paese di San Cristoforo (F) dove troviamo il secondo castello del nostro itinerario, nella zona uno tra i più grandi e dai trascorsi più illustri: vi soggiornarono, tra gli altri, Federico Barbarossa e Napoleone.
Si tratta di un complesso interessante, con la chiesa, un piccolo parco e diversi edifici (costruzioni militari, case, magazzini e laboratori artigiani) raccolti intorno all’abitazione del signore, il tutto racchiuso da una cinta muraria.
Il complesso ospita oggi alcune abitazioni private e diversi uffici pubblici e anche il parco è pubblico.
L’origine è molto antica forse addirittura romana con un consolidamento in epoca longobarda: l’elemento più antico che possiamo osservare oggi è la torre, dalla strana pianta poligonale, sottile e alta, detta “del Gazzolo”, eretta nel X secolo con funzione strategica e di difesa, forse dai Saraceni (sic!). Di proprietà, all’epoca, dei marchesi di Parodi, la leggenda narra che questi fecero costruire un percorso sotterraneo segreto che metteva in collegamento San Cristoforo e Parodi.
Nel XIV secolo anche questo possedimento  entra nella sfera di potere della famiglia Spinola che tra alterne vicende ne mantiene la proprietà sino al 1957.

3. Castelletto D’Orba

Per andare da San Cristoforo a Castelletto seguiamo la strada provinciale 176. In questa parte del nostro percorso la vigna si alterna ad altre coltivazione, quartieri residenziali e piccole macchie boschive.
Naturalmente non poteva mancare un castello proprio a Castelletto (G)! 😀

Castelletto d'Orba: il castello

Castelletto d’Orba: il castello

La struttura è un blocco compatto quadrangolare, posto in posizione dominante, secondo il modello più diffuso nel territorio tra il 1300 e il 1500. È ingentilita però da eleganti colonnine in marmo bianco delle bifore gotiche, con piccoli finestrini a “occhio di bue” che le sormontano e una fitta merlatura in mattoni. Il castello venne costruito nel XI secolo sulla sommità di una collina in cui i primi insediamenti risalgono all’epoca romana. L’aspetto attuale è conferito da un restauro compiuto ai primi del 1900 da Alfredo D’Andrade, lo studioso, pittore e progettista che edificò il Castello de Albertis a Genova (oggi sede del Museo Etnografico), ideò il Borgo medioevale al Parco del Valentino a Torino e che con la sua passione per il medioevo, perseguendo numerosi interventi di restauro filologico sul centro storico di Genova, vi ha impresso una particolare connotazione.

4. Il castello di Montaldeo

Da Castelletto d’Orba, seguendo la strada provinciale 175, ci bastano appena 10 minuti, in auto o moto, per arrivare a Montaldeo un piccolo nucleo medioevale sovrastato dal castello eretto nel 1271, dopo che già una volta, cinquant’anni prima, era stato distrutto dai Genovesi. Montaldeo rappresentava infatti un baluardo del governo di Alessandria sempre più minacciato dalle mire espansionistiche della Repubblica genovese.

Castello di Montaldeo

Castello di Montaldeo

Il castello sorge su un alto basamento che ne accentua l’imponenza. Nonostante il basamento fortificato, con garrite e posto di guardia, e il percorso di gronda aggettante sulla sommità dell’edificio, si tratta sostanzialmente di una dimora signorile e non di un baluardo difensivo.

L’impianto a blocco è tra i più leggibili e ben inseriti nel paesaggio: il castello di Montaldeo è visibile e chiaramente riconoscibile da ogni lato anche da una grande distanza. All’interno sono conservati arredi antichi ed armi mentre nei sotterranei un intricato groviglio di scalette, corridoi e trabocchetti conduce alle celle dell’antica prigione.
Nei primi decenni del 1500, sullo sfondo di un’estrema miseria, il castello fu teatro di una rivolta nei confronti della famiglia Trotti (al cui nome, quasi per ironia, è più spesso associato il castello) che aveva governato e perpetrato soprusi per circa un secolo: uomini, donne e anche i fanciulli appartenenti alla signoria vennero trucidati. In seguito alla restaurazione del potere, allora in mano agli Sforza, i congiurati vennero condannati alla confisca dei beni e all’esilio: una pena mite per quei tempi, segno che forse agli Sforza era chiaro da quale parte fosse la ragione. In ogni caso dopo pochi anni il castello entrò a fare parte dei possedimenti della famiglia genovese dei Doria che ne mantiene la proprietà tutt’oggi.

5. Proseguire o tornare?

Da Montaldeo si prosegue sulla provinciale 175 in direzione Mornese ma in prossimità dell’incrocio con la provinciale 168 (H) si aprono due possibilità:

  • se siete stanchi prendete la strada in direzione Parodi – Gavi per incamminarvi sulla via del ritorno
  • se, invece, vi va di fare qualche altra scoperta proseguite ancora poche centinaia di metri in direzione Mornese ma al bivio che indica la strada per Ovada lasciate la provinciale 175 e prendete per Ovada via Casaleggio – Lerma

6. Il “castello dell’Innominato”

Giunti a Casaleggio, con una piccola deviazione in direzione dei laghi della Lavagnina – parco delle Capanne di Marcarolo, raggiungiamo in pochi minuti il castello, uno tra i più antichi del territorio (fondato approssimativamente intorno al 1000) ma non tra i più interessanti né per impianto architettonico, né per ruolo storico, eppure tra i più suggestivi.
Il castello di Casaleggio, infatti, non è inserito come tutti gli altri in un borgo ma è isolato, arrampicato sul fianco di una collina, circondato da una natura pressoché incontaminata, a tratti selvaggia, che gli conferisce un’aura di mistero e con una piccola chiesa ai suoi piedi che contribuisce a creare un’impressione d’imponenza superiore a quella reale dell’edificio. L’insieme del bosco, del castello e della chiesetta ha insomma un forte impatto scenografico, ragione per cui nel 1967 fu utilizzato per rappresentare il castello dell’Innominato (nome con cui infatti è noto nei dintorni) in un famosa versione televisiva de “I promessi sposi”.

7. Il castello e il “ricetto” di Lerma

Infine, proseguendo sulla provinciale 170 arriviamo a Lerma (I). Il castello di Lerma è davvero molto bello e sicuramente uno dei più interessanti del nostro percorso.

Il "Ricetto" del castello di Lerma

Il “Ricetto” del castello di Lerma

Si tratta di un complesso formato da una cinta muraria che accoglie il maniero, la torre di guardia, la chiesa e il “ricetto” e che si erge sulla sommità di una rocca di tufo, a strapiombo sulla valle del Piota.
L’impianto attuale risale alla metà del XVI secolo quando fu realizzato per volontà di Luca Spinola che vi incorporò un torrione preesistente (XII secolo) con un lato tondeggiante e vi aggiunse una seconda torre quadrata che si affaccia sull’interno del complesso.

Il “ricetto” è un piccolissimo borgo che era destinato a offrire protezione (ricetto, rifugio appunto) alla popolazione in caso di pericolo o assedio, eventualità non rare a quell’epoca. Oggi è ancora perfettamente conservato, anzi valorizzato dalla cura degli abitanti.

 

La piccola piazza a cui si accede dalla porta principale e su cui si affacciano anche il palazzo nobiliare e la chiesa offre un bellissimo panorama sulla vallata sottostante. L’interno del palazzo, tutt’ora di proprietà della famiglia Spinola, conserva ancora numerosi oggetti antichi e opere d’arte tra cui quadri di Rubens e Van Dyck ma purtroppo non è visitabile.

8. Sulla via del ritorno

E prendiamo finalmente la via del ritorno ripercorrendo a ritroso l’ultimo tratto di strada prima in direzione Mornese e poi Parodi Ligure – Gavi, sino all’incrocio tra la provinciale 175 e 168 (H) , dove già ci eravamo posi il dubbio se proseguire o tornare. Questa volta prendiamo la provinciale 168 e dopo qualche curva passiamo la frazione Cadegualchi. Da qui e sino al nostro passaggio sotto al paese di Parodi ci fa compagnia, sulla sinistra, l’inconfondibile profilo del castello di Montaldeo.

Il castello di Montaldeo visto da Parodi

Il castello di Montaldeo visto da Parodi

Già che ci siete, segnatevi il posto per tornare a Parodi Ligure il primo weekend di Agosto alla Festa degli Antichi Mestieri, quando tutto il paese rispolvera gli abiti tradizionali e mette in scena la vita contadina di un passato non così remoto quanto può sembrare. Vi aspettano un vecchio trattore Orsi impegnato nella trebbiatura, la scuola così come l’hanno vissuta i nostri nonni, un accampamento militare del XVII secolo, lo spettacolo delle marionette per i bimbi e lo spettacolo dei bimbi, le vecchine che filano, ricamano e intrecciano canestri, la pizzata in piazza, gli animali da cortile, la lotteria, il corteo storico rinascimentale e la focaccia alla salvia e rosmarino appena sfornata. Insomma qualcosa a metà tra la sagra di paese e un viaggio avanti e indietro nel tempo.

9. L’ex abbazia di San Remigio

Scendiamo i tornanti che ci portano alla piana dell’Albedosa, un’ampia vallata che sembra una coperta patchwork di campi di grano, patate, vigne e orti e dove sorge l’ex Abbazia di San Remigio, importante centro di potere e di produzione culturale nell’alto medioevo, oggi vessillo ed edificio storico recuperato dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, chiesa sconsacrata deputata ad ospitare manifestazioni culturali, durante le quali è possibile effettuare la visita.

Ex-abbazia di San Remigio a Parodi Ligure

Ex-abbazia di San Remigio a Parodi Ligure

10. Santuario della Madonna della Guardia di Gavi

Risaliamo la collina sino al campo sportivo di Cadepiaggio e poi ancora un paio di curve per arrivare in località Nebbioli dove si trova il Santuario di Nostra Signora Regina della Guardia di Gavi, uno straordinario punto panoramico da cui osservare tutta la Val Lemme dal monte Tobbio alla piana di Novi. Qui si trova anche la nostra cantina , proprio ai piedi del Santuario.

11. Gavi e la sua fortezza

Last but not least, dopo un paio di chilometri, eccoci finalmente a Gavi. Questa volta però la storia del forte e del paese, oltre 1000 anni di una storia ricca di eventi a partire dal 972 (data in cui si registra il primo documento ufficiale che menziona Gavi) sono veramente difficili da riassumere in poche righe. Allora, diremo solo di come, a causa della posizione strategica sulla via di comunicazione tra Genova e il Mediterraneo da una parte e la pianura Padana dall’altra, Gavi fu a lungo contesa, dall’XI al XVI secolo, tra Genova e i signori che dominavano Piemonte e Lombardia, il Barbarossa prima, poi i Visconti e quindi gli Sforza.

Il forte di Gavi domina il paese e i vigneti

Il forte di Gavi domina il paese e i vigneti

Nel 1528 però il feudo passò definitivamente in mano ai genovesi che lo tennero sino al 1815 quando la Repubblica di Genova fu annessa al regno di Savoia. E furono proprio i Genovesi a definire nel 1540 i tratti principali del forte di Gavi: una costruzione acquattata sulla sommità di una rocca, in parte costruita, in parte scavata nella roccia stessa.
Dopo circa un secolo però i Piemontesi riescono ad espugnare il forte e così quando i genovesi lo riconquistano decidono di ampliarlo e rafforzarne i bastioni di difesa. I lavori del 1640 sono quelli che sanciscono la fisionomia attuale ma in realtà gli interventi migliorativi furono pressoché continui fino all’avvento dei Savoia che trasformarono la fortezza militare in prigione, segnando l’inizio di un periodo di declino.
Sia durante la prima che la seconda guerra mondiale, il forte di Gavi accolse i prigionieri, Austriaci prima e poi alleati, soprattutto inglesi, alcuni dei quali furono protagonisti di una rocambolesca fuga.

Gavi "tipicittà": chiesa di San-Giacomo e AmarettiAnche il paese merita però almeno una breve visita. Potete lasciare la macchina o la moto nella piazza principale (Piazza Dante), purché non sia domenica mattina, quando la piazza è chiusa per consentire lo svolgimento del mercato settimanale. Scendete lungo la via Mameli e a metà strada, alla vostra sinistra, incontrerete un’antica pieve romanica, la chiesa di San Giacomo, dall’originale campanile ottagonale non regolare.
Se dopo la visita alla pieve, vi infilate nel vicolo che lambisce l’abside della chiesa oppure le girate intorno infilandovi sotto l’arco che si apre a destra dell’ingresso principale, vi troverete in un grazioso loggiato affacciato sul Lemme.
Sulla via Mameli, ma anche sulle parallele via Garibaldi e via Monserito, si affacciano numerosi palazzi nobiliari, molti dei quali di origine medioevale, come rivelano alcuni basamenti, tra cui quello del palazzo comunale (“Palazzo di Città”).
Da alcuni anni, intorno alla metà di maggio si tiene la manifestazione “Gavi Città Aperta“. Questa è un’ottima occasione per accedere ai cortili di alcuni di questi edifici, altrimenti privati e chiusi al pubblico, accompagnati da guide che ne illustrano le caratteristiche architettoniche e raccontano le vicissitudini storiche degli antichi proprietari.
L’ultimo weekend di Agosto si svolge invece “di Gavi in Gavi” manifestazione enogastronomica che consente di abbinare il Gavi DOCG alle specialità culinarie tipiche della zona, andando a cercarle negli angoli più suggestivi del paese: un modo davvero coinvolgente di visitare Gavi e di “assaporarne” tutte le virtù!

Gavi: il portino in una cartolina del 1943

Gavi: il portino in una cartolina del 1943

Dopo una cinquantina di metri dalla chiesa di San Giacomo Maggiore, prendendo un vicolo a sinistra, vico Portino, troverete l’unica porta superstite (detta “Porta di Bagnacavallo” o “il Portino”) delle quattro che davano accesso alla città in epoca medioevale.

Infine, in fondo in fondo al paese, superato anche l’edificio che un tempo era il macello comunale e oggi ospita l’Enoteca Regionale del Gavi, si arriva al Molino del Neirone, un molino ottocentesco alimentato ad acqua con ruota di circa 10 metri: i proprietari sono persone gentilissime, spesso disponibili a farlo visitare e persino a mostrarne il funzionamento: il mulino è tutt’ora in perfetta efficienza e vi si possono acquistare ottime farine.

 

12. Verso casa

Ora finalmente possiamo riguadagnare la strada di casa: usciamo da Gavi in direzione Arquata Scrivia ma all’altezza del convento dei frati Cappuccini (Convento di Nostra Signora delle Grazie di Valle) che vediamo alla nostra destra, svoltiamo a sinistra sulla strada provinciale 162 in direzione Monterotondo. Attraversiamo ancora una volta i vigneti e da qui puntiamo sul casello di Serravalle Scrivia, da dove eravamo partiti.

Felice rientro e tornate a trovarci!

13. Altre risorse utili per conoscere o visitare Gavi e dintorni

Philippe Daverio alla scoperta di Gavi e del suo territorio

Il video di Philippe Daverio è stato presentato il 30 agosto 2014 al Forte di Gavi all’interno del laboratorio “La Buona Italia” organizzato dal Consorzio di Tutela per celebrare i 40 anni della DOC del Cortese di Gavi e per raccogliere idee ed energie per la promozione del territorio: tradizione e cultura, cibo e vino, paesaggio e prodotti visti e proposti come un “unicum” per soddisfare un segmento di viaggiatori “esperienzali” sempre più nutrito.

Il Santuario della Madonna della Guardia di Gavi

Se avete in programma una gita a Gavi e dintorni, non dimenticate di salire al Santuario di Nostra Signora Regina della Guardia per abbracciare con un unico sguardo tutta la Val Lemme: dal Passo della Bocchetta, sull’Appennino Ligure, attraverso le colline di Voltaggio, Carrosio, a Gavi e San Cristoforo sino all’incontro con l’Orba, ormai in pianura. Ma in una giornata tersa lo sguardo può spingersi ben oltre la piana di Novi: può sfiorare le Alpi e accarezzare Monviso, Gran Paradiso, Monte Bianco, Cervino e Monte Rosa.

Santuario di NS della Guardia si Gavi: Panorama della Val Lemme

Santuario di NS della Guardia di Gavi: panorama della Val Lemme

Un’occasione speciale per far visita al Santuario è la festa in onore della Madonna che si celebra il 29 d’agosto, una ricorrenza religiosa tra le più sentite a Gavi e dintorni, oppure la domenica successiva quando, per la Festa dell’Ottava, salgono al santuario in processione i Cristi provenienti dai paesi limitrofi trasportati dai portatori di crocefissi delle confraternite.

Santuario della Madonna Regina della Guardia di Gavi

Frontone ad arco della facciata con decorazione a mosaico

Nel 1861 la festa venne celebrata per la prima volta al Santuario della Madonna della Guardia, appena ultimato, ma le origini del rito risalgono al 1746.
Il 29 d’agosto di quell’anno le truppe dell’impero austriaco stanno bombardando il Forte di Gavi ma gli ordigni distruggono anche molte case del paese sottostante. In quel frangente, Giacomo Bertelli chiede alla Madonna di proteggere la sua abitazione e fa voto di costruire una cappella che ospiterà una statua dedicata alla Vergine Maria. Da lì a poco verrà scolpita la statua in legno della Madonna che oggi si trova sull’altare maggiore del Santuario ed eretta una cappella votiva sul monte di Forneto, a neppure un chilometro fuori dell’abitato in direzione Parodi Ligure.
Tuttavia la storia che conduce alla realizzazione del Santuario è ancora molto lunga.
Nel 1799 la cappella di Forneto viene distrutta per ordine del comandante del Forte, in quel tempo sotto dominio napoleonico. La statua della Madonna, cui i Gaviesi sono affezionati devoti, inizia così un pellegrinaggio tra diverse collocazioni.
Santuario di NS della Guardia: scorcio del Forte di GaviNel 1817 si verifica però un altro importante evento: poiché una lunga siccità minaccia il raccolto e paventa una terribile carestia, i Gaviesi ricorrerono all’aiuto della Madonna e organizzano una processione per chiedere l’arrivo della pioggia. Il giorno stesso inizia a piovere e continua abbastanza a lungo da consentire un abbondante raccolto. Grati per il nuovo miracolo, gli abitanti di Gavi decidono di costruire una vera e propria chiesa per accogliere degnamente la statua della Madonna e scelgono come luogo deputato il colle dei Turchini, abbastanza vicino al sito originario, di Forneto, ma più in alto cosicché il Santuario si possa vedere anche da tutti gli atri paesi dei dintorni (Carrosio, Voltaggio, Bosio, Mornese, Tramontana, Parodi Ligure, Cadepiaggio, San Cristoforo, Francavilla Bisio, Novi) e tutti possano pregare rivolgendosi ad esso.
Eppure l’impresa, pur iniziata con tanto entusiasmo, non può essere condotta rapidamente a compimento. Solo nel 1861, come si è detto, si verifica finalmente una congiuntura favorevole che consente di realizzare e concludere l’opera in solo quattro mesi.

Il Santuario di N.S. della Guardia si raggiunge da Gavi prendendo, in prossimità della piscina e degli impianti sportivi, la strada per Parodi Ligure. Dopo circa due chilometri, giunti in Località Nebbioli, alla prima curva dopo la nostra cantina (siamo proprio all’ombra del Santuario), si svolta secchi a destra e si sale ancora duecento metri.
Il piazzale, che offre un’ampia possibilità di parcheggio, è sempre accessibile a piedi mentre in auto solo dalle 8 alle 19,30.
Se volete accedere alla chiesa, l’orario di apertura nel periodo estivo (da aprile a ottobre) è dalle 15,30 alle 19 nei giorni feriali e dalle 10 alle 19 nei giorni festivi e quello invernale (da novembre a marzo) è dalle 16 alle 18 nei giorni feriali e dalle 10 alle 18 nei giorni festivi.
In occasione della Festa della Madonna della Guardia gli orari delle messe sono i seguenti: 6,30 – 8,00 – 10,30 (messa cantata) – 16,30 – 18,30. Alle 9,30 pellegrinaggio da Gavi.
In occasione delle Festa dell’Ottava, la domenica successiva al 29 agosto, alle 10,30 messa cantata e poi alle 18 pellegrinaggio da Bosio.
Gli orari normali delle funzioni sono i seguenti:

  • orario estivo: giorni festivi ore 10,30 e 18; giorni feriali ore 18
  • orario invernale: giorni festivi ore 10,30 e 17; giorni feriali ore 17

Santuario di NS della Guardia di GaviPer chi fosse interessato ad approfondire la storia del Santuario nel 2011, la Fondazione Padre Rossi Onlus, che dal 2003 cura il Santuario, ha pubblicato un libro molto dettagliato dal titolo “Santuario di Nostra Signora Regina della Guardia di Gavi. 1861-2011” che è possibile acquistare presso il piccolo negozio di souvenir del Santuario stesso.


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Ex Abbazia di San Remigio – Abbey Contemporay Art

L’ex Abbazia di San Remigio di Parodi Ligure appartiene ad un antico insediamento benedettino a meno di 4 km da Gavi. San-Remigio-vicino-GaviDalla fondazione del monastero e poi dell’adiacente chiesa di Santo Stefano sullo scorcio del XII° secolo, per quasi 400 anni, San Remigio è un importante centro religioso ma anche economico e culturale, punto di riferimento per tutti gli insediamenti che si estendevano da Voltaggio a Bosio e poi oltre, verso il mare, attraverso le Capanne di Marcarolo.
Nel XVI° secolo il monastero cessa di funzionare e diventa parrocchia ma è nei primi anni del 1800 che il complesso viene significativamente rimaneggiato sino a raggiungere sostanzialmente l’aspetto attuale: la chiesa è ampliata con l’aggiunta delle navate laterali e, poco tempo dopo, lì accanto, viene costruito l’Oratorio.

San remigio: la cupola sopra l'altare maggiore

Nel 1959 inizia un lungo periodo di abbandono della chiesa e di degrado della struttura che culmina nel crollo della copertura della navata centrale.
Nel 1982 la chiesa viene donata al Comune di Parodi Ligure così, grazie all’interessamento delle autorità locali, dell’associazione Italia Nostra e con il risolutivo intervento della nterno dell'abbazia di San Remigio presso Gavi: dettaglioSopraintendenza può iniziare una lunga fase di consolidamento e recupero che consente nel 2010 la riapertura al pubblico.Per arrivare a San Remigio da Milano consigliamo l’uscita Serravalle (potrebbe essere l’occasione anche per una visitina all’Outlet in periodo di saldi), mentre da Genova consigliamo l’uscita di Vignole (beh, anche Serravalle va bene se non volete perdervi lo shopping). Seguite quindi le indicazioni per Gavi e da qui quelle per Parodi Ligure – Ovada. Transitate proprio davanti alla Cantina Cartasegna :-), superate Cadepiaggio e… eccola, l’abbazia è raggiunta. Percorrendo la strada che attraversa la bella valle coltivata, San Remigio e il piccolo borgo antico che si stringe intorno ci regalano un bellissimo colpo d’occhio: la macchia di ombra e il complesso architettonico ci appaiono come una piccola oasi di pace… in vero un po’ trascurata, ma molto suggestiva. Il restauro è stato ben condotto e lo spazio e la luce sono davvero interessanti ma è soprattutto nella zona intorno alla torre campanaria che si possono riscontrare tracce dell’impianto millenario.

San-Remigio-arrivando-da-GaviNella presentazione del complesso di San Remigio messa a disposizione dal Comune si trovano altre notizie sul complesso e tutti i recapiti. La chiesa può essere visitata solo su appuntamento contattando il Comune di Parodi Ligure oppure in occasione delle occasioni culturali di vario genere che la chiesa ospita diverse volte all’anno. Abbey Contemporary Art è una di queste e giunge, quest’anno, alla quinta edizione.

Ex Abbazia di San Remigio

Conferenza a San Remigio

Abbey Contemporary Art – Edizione 2015

Gli artisti ospiti affrontano il tema dei disastri ambientali partendo dalla commemorazione delle vittime, oltre 100, causate il 13 agosto 1935 dal crollo della diga di Molare. Un Vajont dimenticato, rimosso, misconosciuto ma rievocato, esattamente ottant’anni più tardi, il 13 agosto, proprio alla diga di Molare, con una performance di Setsuko “Camminata bianca – Silenziosa”. Ma in concomitanza con la mostra sono previsti altri due eventi, un’opera teatrale e una conferenza che ricorderanno quel giorno terribile: scarica la locandina dell’evento per il programma completo.

Abbey-Contemporary-Art-2015

La nuova edizione (la quinta) della mostra internazionale d’arte contemporanea è aperta dal 17 al 26 luglio dalle 16 alle 22 e come ogni anno si propone come occasione per ri-conoscere e rileggere in modo creativo la storia e il paesaggio dell’alto ovadese e per rivivere e reinterpretare l’edificio stesso dell’ex abbazia.

Abbey Contemporary Art – Edizione 2014

Quest’anno, in occasione del 70° anniversario dell’eccidio della Bendicta, la mostra d’arte contemporanea organizzata da Michele Dellaria è dedicata a i “Luoghi della memoria” e si “sdoppia” tra la sede di Parodi e l’abbazia della Bendicta.

Opera di Piergiorgio Colombara

Opera di Piergiorgio Colombara

Il Monastero di San Remigio e quello dellla Benedicta erano due complessi monastici entrambi nel territorio di Parodi Ligure: oggi la Benedicta fa parte del comune di Bosio. Le prime notizie riguardanti il priorato della Benedetta, situata nel parco Naturale delle Capanne di Marcarolo, risalgono all’XI sec quando, oltre ad essere luogo di culto e presidio del territorio, era anche località di sosta e di ristoro per chi affrontava il difficile viaggio d’Oltregiogo. Durante la Resistenza Partigiana, tra il 6 e l’11 aprile 1944, fu scritta una pagina buia e sanguinosa della storia di questo luogo: dopo giorni di scontri tra reparti tedeschi e Guardia Nazionale Repubblicana da una parte e partigiani e giovani renitenti alla leva dall’altra, con molte perdite tra le brigate partigiane, molti uomini tra i più inesperti e male armati si rifugiarono nel Abbey Contemporary Art 2014 - Abbazi di San remigio - Parodi Ligure (AL)Monastero ma vennero fatti saltare in aria con l’esplosivo. Altri furono rastrellati, 75 vennero fucilati, altri ancora incarcerati e molti fucilati successivamente per rappresaglia. I ragazzi che si erano sottratti alla leva vennero indotti dai tedeschi a consegnarsi promettendo loro che avrebbero avuta salva la vita ma 351 di essi furono destinati ai campi di concentramento in Germania dove morirono in oltre 200. Oggi le opere di questi artisti provano a far rivivere la memoria di questi luoghi e a  riconciliarci con essi lavorando sulla forza creativa del ricordo. Scarica il programma della mostra Abbey Contemporary Art 2014

Abbey Contemporary Art – Edizione 2013

Abbey-Cntemporary-Art-San-RLa mostra, curata da Michele Dellaria, coinvolge 20 artisti contemporanei che sono chiamati a interloquire con l’antico edificio, il paesaggio e i visitatori partendo ogni anno da un tema diverso. Così le opere che saranno in mostra dal 19 luglio (vernissage ore 18 con performance di Ben Patterson) al 28 luglio interpreteranno cinque elementi: acqua, aria, fuoco, terra e etere-cielo-vuoto (l’elemento primario nella tradizione orientale). Durante il periodo di apertura della mostra San Remigio ospiterà anche concerti, conferenze e performance.

 


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Arquata Scrivia Notte delle CandeleAnche se per acquisti o per spostarci in treno ci capita spesso di passare per Arquata Scrivia e anche se avevamo notizia della “casa gotica”, dobbiamo confessare che non ci era mai venuta l’idea di fare una vera e propria visita turistica della cittadina.
L’occasione è nata una sera di luglio (2014) per la “Festa delle candele”, un’iniziativa che vedeva il centro cittadino illuminato da migliaia di lumini. L’idea ci ha incuriositi e la nostra curiosità è stata interamente ripagata perché abbiamo scoperto un vero tesoro storico e culturale.

La città di Arquata Scrivia sorge nella valle del torrente Scrivia, da cui prende per l’appunto il nome, lungo il percorso dell’antica via Postumia, la strada che, già 2000 anni fa, metteva in collegamento il porto di Genova e l’area padana, attraverso il Passo della Bocchetta. E sulla via Postumia, a neppure un paio di chilometri da Arquata in direzione Serravalle, tra il I° secolo a..C. e il V° secolo d.C., si compii la parabola della città di Libarna, città romana che in epoca imperiale fu un importante centro commerciale (si veda l’articolo sulla “Visita al sito archeologico di Libarna”).
In epoca alto-medioevale, Arquata registrò un momento di intensa crescita urbanistica con la formazione di un borgo ai piedi della collina. Oggi del borgo medioevale, la parte più antica della città, resta perfettamente riconoscibile una via, la via Interiore, delimitata alle due estremità da due porte ogivali (ad arco acuto) integrate negli edifici di abitazione.

Arquata Scrivia Via Interiore A metà della via Interiore (e precisamente al civico 31) sorge, con una bella piazzetta in salita dinnanzi, la “casa gotica”. Arquata Scrivia La Casa GoticaSi tratta di un edificio, le cui origini sembrano risalire al 1300 (quando appunto si consolida il borgo), di grande rilevanza storica-architettonica-urbanistica, sia in virtù dell’eccezionale stato di conservazione, sia per la peculiarità della tecnologia costruttiva. La casa infatti utilizza una struttura in legno, non solo per gli elementi orizzontali (i solai e il tetto), ma anche per l’intelaiatura delle pareti verticali. Costruttivamente, l’edificio a tre piani è costituito da tre “scatole sovrapposte” leggermente aggettanti (cosicché i piani risultano più grandi mano a mano che si sale), realizzate con un telaio in travi di legno costipato da una muratura parzialmente portante. Dalla stanza d”ingresso, che si affaccia sulla via principale e che era quasi sicuramente destinata a bottega, parte una scala piena in arenaria che trafigge la muratura e risulta leggibile anche dall’esterno. Un altra porta, al secondo piano, si affaccia invece sul passaggio laterale, vico Gelsomino, e un tempo consentiva l’acceso diretto agli ambienti familiari. Arquata Scrivia Casa GoticaQuesta tipologia edilizia non è diffusa nel nostro paese, dove si contano pochi altri esempi e quasi nessuno altrettanto leggibile, mentre abitazioni simili si trovano in molte cittadine nord europee, anche se spesso la data di costruzione è più recente rispetto alla “casa gotica” di Arquata. Specialmente sul lato, l’effetto di straniamento è molto forte e sembra davvero di essere catapultati in un attimo nel nord della Francia. Ciò che più sorprende però è, come già detto, lo stato di conservazione della casa che è riuscita a sottrarsi sia alle trasformazioni interne ed esterne dell’impianto spaziale sia all’ingiuria del tempo e all’aggressione dei parassiti del legno. Grazie a un finanziamento europeo tra il 2000 e il 2006 la Regione Piemonte e il Comune di Arquata sono riusciti a completare il progetto di restauro conservativo della casa. Successivamente si è posto il problema di attribuire alla casa una destinazione d’uso che consentisse di tenerla aperta, almeno occasionalmente, per i visitatori e di praticare un minimo di manutenzione ordinaria senza gravare eccessivamente sulle esigue finanze pubbliche. La soluzione individuata dal Comune di Arquata Scrivia è stata brillante e fortunata: la casa è stata data in gestione all’Associazione Arqua.Tor Presepi Onlus. Oggi così la casa ospita una esposizione di presepi e di diorami (ambientazione in scala ridotta con effetto prospettico), ispirati alla nascita e alla passione di Cristo, realizzati dai membri dell’associazione. Tutte le opere sono di buona qualità ma in particolare segnaliamo un diorama che rappresenta la via Interna di Arquata. Il modello è osservabile da tre punti di vista differenti: da ciascuna delle due porte agli estremi del borgo e dalla piazza antistante la “casa gotica”. Si verifica così la curiosa situazione per cui osserviamo dalla finestrella l’esterno della stessa casa all’interno della quale ci troviamo.Arquata Scrivia Diorami I membri dell’associazione si sono impegnati a tenere aperta la casa nelle occasioni di festa della cittadina e su appuntamento: per ogni altra informazione sulle visite è possibile contattare direttamente l’associazione tramite i recapiti indicati sul sito www.arquatorpresepi.eu. Per raggiungere Arquata Scrivia occorre uscire al casello di Vignole dell’Autostrada A7 Milano -Genova e svoltare a sinistra e poi nuovamente a sinistra. In alternativa si può seguire il corso della SS35: Arquata si trova tra Serravalle Scrivia e Isola del Cantone. Arquata Scrivia Diorami


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Visita al sito archeologico di Libarna (AL)

Se siete nei dintorni di Gavi o pianificate una gita dalle nostre parti, potrebbe interessarvi scoprire alcuni siti storici molto interessanti. Oltre al Forte di Gavi, all’ex abbazia di San Remigio a Parodi Ligure e alla pinacoteca dei Padri Capuccini a Voltaggio, noi vi consigliamo una visita al sito archeologico di Libarna, a soli 3 chilometri da Gavi e a metà strada tra le città (e i caselli autostradali) di Arquata e Serravalle Scrivia (ma di fatto nel comune si Serravalle). Qui, tra la sede stradale e quella ferroviaria, emergono inaspettatamente alcuni resti di una città romana: non un piccolo villaggio, ma una vera cittadina che 2.000 anni fa conobbe un periodo di grande prosperità ma venne poi abbandonata, scivolando rapidamente nell’oblio sino a circa 200 anni fa.

Panoramica dell'area archeologica di Libarna

Il fortuito ritrovamento delle vestigia romane

Libarna, è una delle aree archeologiche più importanti (e misconosciute ai più, diremmo noi) del Nord Italia. La prima scoperta risale all’inizio del XIX secolo quando, del tutto casualmente, durante i lavori per la “Strada Regia” di collegamento tra Genova e Torino (ex Strada Statale 35 dei Giovi, oggi Provinciale) furono ritrovati i resti dell’antica città romana. Altri ritrovamenti seguirono anche durante gli scavi per la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Genova (dal 1846 al ’64). Tuttavia i lavori non furono fermati compromettendo significativamente il sito che ora appare diviso in tre settori, per l’appunto, dalla strada e dalla linea ferroviaria. Dopo aver estratto un buon numero di reperti gli scavi vennero nuovamente interrati per dare via libera allo sviluppo dei nuovi assi di collegamento stradale e ferroviario. Gli scavi non  furono mai completati anche se, di quando in quando, in occasione di lavori di scavo nella zona, vengono intraprese nuove campagne per la messa in sicurezza di eventuali reperti.

La breve ma intensa storia di Libarna

I primi insediamenti nella piana di Libarna risalgono all’età del Ferro quando, in seguito alla creazione di un emporio etrusco a Genova nel VI secolo a.C., attraverso la valle dello Scrivia si attiva un canale commerciale di comunicazione con la pianura padana e la zona subalpina.
Nel I secolo a.C. i romani vi edificarono una vera e propria città, disegnata sul modello urbanistico tipico delle città di nuova fondazione, ovvero su di un reticolo di vie ortogonali tra loro, centrato sull’incrocio di due assi principali, cardo massimo e decumano massimo, orientati rispettivamente in direzione Nord-Sud ed Est-Ovest. In realtà, a Libarna, gli assi principali non risultano perfettamente allineati con le direzioni canoniche ma ruotati in direzione Nord-Ovest, Sud-Est per assecondare il tracciato della strada consolare Postumia (di cui parleremo a breve) cui il destino della città è legato a doppio filo. Tuttavia, nell’insieme, l’impianto tradizionale è pienamente rispettato anche nel posizionamento degli edifici principali con il foro disposto centralmente, le terme e il teatro a Nord, in posizione periferica e l’anfiteatro a chiudere il decumano massimo. Ma prima di scoprire nel dettaglio la città torniamo alla sua storia, in tutto e per tutto segnata dalla posizione strategica del luogo di fondazione. Mappa dell'area archeologica di Libarna

Esplora la mappa navigabile Google del sito archeologico 

E’ probabile che in epoca repubblicana, ancor prima di divenire un florido centro commerciale, Libarna, protetta dai monti alle spalle, si sia consolidata come base per i rifornimenti dell’esercito romano, impegnato nella conquista del Nord Italia. Ma l’evento che diede impulso allo sviluppo della città fu la realizzazione del nuovo asse viario, la via Postumia, creato dal 148 a.C. dal console Spurio Postumio (da cui il nome) che collegava Genova a Piacenza e poi ad Aquileia. Il percorso era tutt’altro che piano e lineare come potrebbe apparire semplicemente osservando la carta: da Genova si risaliva il corso del torrente Polcevera sino a Ponte X e poi si iniziava a salire verso il Passo della Bocchetta qui, però, anziché scendere a valle verso Voltaggio, come l’odierna strada carrabile, si proseguiva in quota, lungo la via di crinale sino a Fraconalto, quindi si scendeva lungo l’attuale strada del passo della Castagnola (ex Strada Statale 35) ma solo per risalire subito sul monte Porale e ridiscendere finalmente a Libarna. Da qui, la tappa successiva era Dertona (oggi Tortona) e la seguente Piacentia (Piacenza). La via Postumia proseguiva poi verso Verona e giungeva, come detto, sino Aquileia, attraverso tutta la provincia Cisalpina. Ma a Piacenza si poteva anche prendere la via Emilia e quindi ridiscendere verso Roma passando per Ariminum (Rimini) dove iniziava la via Flaminia.  Mappa delle vie consolari

Mappa delle vie consolari: in celeste la via Postumia (fonte Wikipedia)

Altri punti di svolta sono prima l’ottenimento dello status di “colonia“, concesso con un editto dell’89 a.C. a tutte le popolazioni transpadane e poi il conseguimento della cittadinanza romana nel 49 a.C. Da questo momento a Libarna, divenuta municipium,quindi a tutti gli effetti emanazione dello stato romano, inizia un vero e proprio processo di inurbamento: la città assume connotati urbani e inizia la propria parabola ascendente di ricco centro di scambi commerciali (come testimoniato dai cospicui ritrovamenti di monete) e anche produttivo.
Il brillante sviluppo urbanistico culminerà sul finire del I secolo d.C. con la realizzazione dell’acquedotto e dei principali edifici pubblici (teatro, anfiteatro e terme). Con l’inizio dell’età imperiale Libarna trae beneficio dall’importanza del ruolo rivestito dalla via Postumia nei traffici commerciali tra l’area padana e i settori orientali: la città vive così un periodo molto lungo di grande prosperità.
Alla fine del II° secolo d.C. e poi durante tutto il secolo successivo però inizia la parabola discendente dell’Impero Romano d’Occidente e, di conseguenza, quella del commercio a vasto raggio, su cui era fondata la fortuna della via Postumia nonché di Libarna. Il lento declino si conclude nel V° secolo con il totale abbandono della cittadina
Area archeologica di Libarna - città romana
Cos’è accaduto? Oramai debole, l’impero retrocede e si sgretola innanzi all’avanzata delle popolazioni barbare. In queste condizioni quella stessa strada che aveva fatto di Libarna una ricca cittadina, la via Postumia, è ora una via di accesso privilegiata per gli invasori. La popolazione quindi abbandona la pianura, arretra e trova riparo nei piccoli centri sulle alture.
Lentamente, cessati gli scontri e tramontata anche la supremazia dei Goti, in epoca Longobarda il sistema viario viene in parte ripristinato e la popolazione torna a distribuirsi sul territorio. Ma non vigono più l’ordine e la tranquillità d’epoca romana e così, piuttosto che ricostruire Libarna, distrutta per l’abbandono e le invasioni, situata in un luogo favorevole per gli scambi ma troppo esposto, difficile da difendere e inadatto a controllare il territorio, si preferisce fondare un nuovo insediamento sulla collina del castello di Serravalle Scrivia, dove il terreno sale e la valle si stringe. Sono però tempi difficili, non è semplice procurarsi materiale da costruzione per il nuovo centro abitato, cosicché Libarna diviene una sorta di cava a cielo aperto: alla distruzione si somma la spoliazione e su tutto scende l’oblio. In epoca medioevale resta ancora una debole traccia di insediamento: una pieve, un’area di sepoltura, una fornace. Poi nulla più, tanto che per secoli si perse anche la memoria dell’antica Libarna.

Il sito archeologico oggi

L’area degli scavi è di oltre 13.000 mq eppure rappresenta solo una parte del tessuto urbano: come si è avuto modo di dire, in età imperiale Libarna fu una città ricca e popolosa (si stima che al suo apice abbia raggiunto i quattro/seimila abitanti), un centro di aggregazione anche per le genti dei territori circostanti, una città che crebbe molto per estensione ed importanza ma sempre con un piano urbanistico preciso da seguire doviziosamente, un sistema idrico alimentato da pozzi sotterranei prima e poi da un moderno acquedotto e con molti edifici monumentali. Tutti gli edifici monumentali sono fatti risalire pressapoco al I° secolo d.C., l’età di massimo splendore della città.
Oggi, sono ben visibili i resti di due insulae (quartieri d’abitazione) a destra e a sinistra del decumano massimo, il teatro e l’anfiteatro mentre l’area del foro, che si estendeva in direzione sud all’incrocio tra cardo massimo e decumano massimo, e  un altro complesso edilizio molto grande (si pensa occupasse quattro isolati) che probabilmente, oltre alle terme, accoglieva la biblioteca e la palestra, dopo l’esecuzione degli scavi sono stati nuovamente interrati e ora giacciono nascosti sotto la ferrovia.
Scavi archeologici di Libarna: la Porta SudNel 2011 in previsione dei lavori per l’ampliamento dello stabilimento “La Suissa srl”, è stata avviata una nuova campagna di scavi che ha consentito il ritrovamento del tracciato di fondazione della porta Sud che accoglieva i viaggiatori in arrivo da Genova. Il modello si suppone fosse simile a quello utilizzato anche per la porta Nord, che chiudeva il cardo massimo all’incirca alle spalle del teatro: una grande porta con due varchi laterali minori e due torri simmetriche. Successivamente ai rilievi, il sito è stato nuovamente interrato e i lavori sono stati portati a termine: oggi nel piazzale dello stabilimento resta solo un cartello didascalico.
E’ di questi ultimi giorni la notizia di una ripresa del numero dei visitatori, molti dei quali stranieri, all’area archeologica, frutto assai probabile della partnership che il comune di Serravalle ha attivato con il vicino Outlet che ha anche finanziato il sistema di didascalizzazione dell’area. Ne siamo lieti e speriamo che presto altre iniziative possano fare crescere l’interesse verso questo sito storico davvero notevole.
Attualmente Libarna sono in corso lavori di ripristino dei muri del teatro e non appena saranno disponibili nuovi finanziamenti si provvederà al consolidamento dell’anfiteatro dove già si registrano piccoli crolli.
Le pareti degli edifici si presentano a noi oggi per lo più come bassi muretti: la sensazione è quella di aggirarsi all’interno di una rappresentazione planimetrica, quasi di un progetto di città romana. Poi incespichiamo in una pietra scavata dalle ruote dei carri duemila anni fa e così usciamo dal disegno per entrare nella storia.

L’anfiteatro

Anfiteatro romano a Libarna - Area archeologicaL’anfiteatro è posto, secondo tradizione, all’interno di un vasto spiazzo (la platea) al limitare del tessuto urbano con funzione di quinta scenografica: una monumentale porta chiudeva infatti la lunga prospettiva del decumano massimo.
Il modello utilizzato per il progetto, detto “provinciale”, è lo stesso che sottende l’arena di Verona: con un’area centrale di forma ellittica scavata nel terreno e uno o più ordini di anelli per gli spalti. Un lungo corridoio (all’epoca ipogeo) attraversa da parte a parte l’arena incontrando al centro un ampio vano di servizio absidato. Purtroppo l’elevato non è conservato ma, in base alle dimensioni notevoli dell’arena e delle fondazioni si ipotizza che potesse trattarsi di un edificio piuttosto imponente, sebbene non significativamente decorato (fatto dedotto da alcuni ritrovamenti del rivestimento) e che potesse accogliere circa settemila spettatori che accedevano tramite corridoi e scale disposti radialmente, le cui fondazioni risultano ancora perfettamente leggibili. L’anfiteatro che di norma ospitava i “ludi gladiatorii”, quelli in cui i guerrieri si scontravano in sanguinosi combattimenti con altri uomini, o le “venationes” (cacce) in cui lo scontro era con animali feroci, attirava molti spettatori da tutto il circondario.

Il teatro

Resti dell'ambulacro del teatro romano di LibarnaDel teatro, il reperto meglio conservato, risultano ancora visibili le fondazioni della cavea e della scena, alcune basi in arenaria delle ventidue arcate che componevano l’ambulacro semicircolare esterno che serviva a smistare gli spettatori e alcune porzioni di elevato.
I reperti sono stati sufficienti agli studiosi per elaborare modelli piuttosto dettagliati di quello che doveva essere l’aspetto originario. Della scena restano ancora visibili i fori di alloggiamento delle strutture lignee per la movimentazione del sipario e  delle scene mentre del portico quadrato che si sviluppava alle spalle della scena (post scaenam) e che accoglieva gli spettatori, restano invece solo poche tracce: il resto giace sotto i binari ferroviari. Dalle dimensioni (la cavea ha un diametro di 35 metri) gli archeologi stimano che potesse accogliere circa 3.800 spettatori e dal ritrovamento di capitelli, fregi e decorazioni, come dalla predisposizione di spazi adibiti ad accogliere fontane e statue ne deducono che dovesse trattarsi di un luogo elegante che testimonia un società non solo ricca ma anche colta e raffinata.

Maquette del teatro romano di Libarna Ipotesi ricostruttiva del teatro romano – Modello visibile presso l’area acheologica di Libarna 

Le abitazioni

L’aggregato urbano crebbe ordinatamente sul reticolo viario ortogonale: le strade erano ampie (il cardine massimo raggiunge i 14 metri di larghezza e il decumano massimo 10, mentre le strade secondarie hanno un ampiezza compresa tra i 5 e i 9 metri), lastricate o in acciottolato, leggermente a “dorso di mulo” e fiancheggiate da canalette per lo scolo delle acque mentre ai lati non era infrequente poter camminare su marciapiedi o imbattersi in fontane, vespasiani ed edicole votive.
Il sistema di canalette per le acque che correva sotto i pavimenti dell abitazioniAnche la rete di approvvigionamento idrico, dapprima basata su un sistema di pozzi e fontane evolvette verso un modello maturo di rifornimento tramite l’acquedotto e di scarico tramite una vera e propria rete fognaria basata su di un sistema di collettori interrati che raccoglievano le acque reflue per scaricarle nel torrente Scrivia: nei pavimenti di molte stanze si può osservare la canaletta che raccoglieva le acque di scarico per riversarle nella condotta fognaria. La stessa cura adottata per i sistemi viario, fognario e per gli edifici pubblici, pervade e si estende anche alle opere di edilizia privata con un applicazione sostanzialmente fedele dei modelli tipici di abitazione: la domus (la casa nobiliare) e l’insula (un aggregato di abitazioni per le classi meno abbienti). Gli scavi mostrano due isolati più o meno delle stesse dimensioni, entrambi nei pressi dell’anfiteatro, uno a Nord e l’altro a Sud del decumano massimo su cui si aprivano gli accessi delle case, in alcuni casi direttamente con l’ingresso sulla strada o altrimenti con una sorta di corridoio che conduceva ad un atrio sul quale si affacciavano le abitazioni. Nell’isolato a Nord esistevano presumibilmente due abitazioni piuttosto grandi che hanno subito diversi rimaneggiamenti, compresa la trasformazione del lato nord in ambienti termali. Tuttavia si è potuta ricostruire la posizione del triclinium (la stanza da pranzo) e riposizionarvi il bellissimo pavimento decorato: tra due fasce di mosaici a disegno geometrico in bianco e nero campeggia un mosaico (databile al II secolo d.C.) di grandi dimensioni che rappresenta Ambrosia aggredita dal re Licurgo e trasformata in vite da Dioniso che la vuole porre in salvo.
Ambrosia e Licurgo - Mosaico el pavimento del triclinum - Area archeologica di Libarna
Quella sul lato Sud è la domus più grande (circa 1.200 metri quadrati). Entrando dall’ingresso principale affacciato sul decumano si attraversa il vestibolo e poi l’atrio con la vasca per la raccolta dell’acqua piovana (impluvium). Intorno all’atrio si distribuiscono gli ambienti di soggiorno e rappresentanza mentre attraverso un corridoio (andron) si può passare al peristilio, un cortile scoperto circondato da un portico su cui si affacciavano le camere da letto (cubicula), mentre sempre sul decumano si affacciavano le tabernae (le botteghe).

Informazioni utili per la visita agli scavi archeologici e ai reperti museali

I reperti archeologici recuperati durante gli scavi sono conservati presso diverse sedi museali tra cui anche una sala espositiva situata presso il Municipio di Serravalle Scrivia. A Libarna sono stati reperiti diversi pavimenti a mosaico, statue in marmo e in bronzo, elementi decorativi come capitelli, fregi e cornici, suppellettili (vasellame, lucerne, monili) e monete risalenti ad epoche diverse. La visita all’area museale si propone quindi come l’ideale conclusione della visita al sito archeologico.

Prima di chiudere vi segnaliamo alcune interessanti ricostruzioni dell’anfiteatro del teatro, e del decumano massimo sulla Brochure scaricable dell’Area Archeologica-di-Libarna del Comune di Serravalle Scrivia, mentre agli appassionati suggeriamo la lettura degli atti del convegno “La riscoperta di Libarna” (2004).

Ora qualche indicazione per la visita del sito archeologico e dell’area museale:

Nel momento in cui scriviamo (giugno 2014) le visite, individuali e di gruppo, all’area archeologica sono possibili da martedì a venerdì dalle 9 alle 12 e il sabato e alla domenica dalle 10 alle 16lunedì chiuso. Sebbene la prenotazione non sia obbligatoria è altamente raccomandata poiché è assegnato un unico custode e in sua assenza l’area resta chiusa. Le visite sono gratuite.
Per appuntamenti e informazioni è possibile chiamare i seguenti numeri al numero +39 0143 633627 / 686252 / 633420 oppure scrivere all’indirizzo biblioteca@comune.serravalle-scrivia.al.it.
L’indirizzo esatto dell’area archeologica è Via Arquata, 63 – 15069 Serravalle Scrivia – Frazione Libarna (Al) [Latitudine : 44.723208 | Longitudine : 8.857401]. Per raggiungerla: se provenite da Milano dovete uscire al casello di Serravalle Scrivia e proseguire in direzione Arquata – Genova; chi invece proviene da Genova deve uscire al casello di Vignole e poi seguire le indicazioni per Serravalle Scrivia – Novi ligure.

La sala museale situata nell’atrio del comune di Serravalle Scrivia (Via Berthoud, 49) è aperta alla mattina dal lunedì a venerdì e al sabato su prenotazione; domenica e festivi chiuso. Per informazioni e prenotazioni potete chiamare ai seguenti numeri +39 0143 633627 / 686252 / 609411 o scrivere alla biblioteca di Serravalle Scrivia.

Salvete!
[Lat. State bene!]


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Consigli per visitare Gavi: ristoranti, B&B, bar e negozi

Se con il post sulle eccellenze eno-gastronomiche del nostro territorio – il Gavi DOCG, i ravioli, la testa in cassetta e gli amaretti – abbiamo sollevato la vostra curiosità e solleticato il palato ecco qualche suggerimento per la prossima visita a Gavi: ristoranti, B&B, bar e negozi di alimentari. Pochi nomi ma buoni.

Ristorante - TrattoriaRistorante Cantine del Gavi Via Goffredo Mameli, 69 – 15066 Gavi (AL) Tel. +39 0143 642458 – cantinedelgavi@gmail – Visita il sito
Le Cantine del Gavi: ristorante a Gavi

L’immagine è di proprietà del ristorante Le Cantine del Gavi

Il ristorante, pieno di atmosfera, si trova in un palazzo settecentesco nel centro del paese e rappresenta una vera eccellenza del territorio. Qui potrete godere la cucina tipica delle nostre terre sempre declinata in modo raffinato e, quel che più vale, con grande attenzione per le materie prime e per la stagionalità. La cantina, che offre un ottima scelta di vini (accoglie circa 700 etichette), è un ambiente suggestivo e molto curato, pensato per accogliere i visitatori e consentirvi anche cene e aperitivi. Il prezzo (mediamente tra i 40 e i 60 euro a testa) non è irrisorio ma trova ragione sia nell’alta qualità del cibo che del servizio.

Ristorante - TrattoriaAi Nebbioli – Trattoria di campagna Località Nebbioli, 2 – 15066 Gavi (AL) tel.+39.0143645893 – Vai alla pagina Facebook
Trattoria Ai Nebbioli - Gavi (AL)

Immagine di proprietà della trattoria Ai Nebbioli

Katia e Maurizio sono praticamente nostri vicini: il ristorante si trova infatti a pochi passi dalla nostra cantina. Per raggiungerlo si sale da Gavi per un paio di chilometri in direzione Parodi Ligure-Ovada sino al bivio per il Santuario di Nostra Signora della Guardia. Il locale è caldo e accogliente e, in estate, è possibile scegliere di stare fuori sotto un gradevole pergolato. Anche in questo caso abbiamo scelto di segnalarvi un luogo dove degustare ottimi piatti tipici della tradizione Ligure-Piemontese anche se non è inconsueto trovarli rivisitati con estro, come nel caso del “Risotto al Gavi con carciofi della Riviera” del menu di Pasqua. I dessert sono incantevoli e rendono davvero difficile decidersi se si prova un certo riserbo a ordinare un “misto dolci”. Inoltre, Katia e Maurizio sono sempre accurati, gentili e disponibili. Prezzo dai 20 ai 40 euro. Se poi pensate di fermarvi per qualche giorno per una visita più approfondita e magari un po’ di shopping al Serravalle Designer Outlet (l’outlet più grande d’europa) abbiamo anche un paio di accoglientissimi B&B da suggerirvi.

Hotel - AlbergoB&B Casa Meli Via XX Settembre, 25 – 15060 Loc. Cadepiaggio – Parodi Ligure (AL) Tel. 347 3117693 / 347 9015026 – info@casameli.com Visita il sito 
B&B a Gavi Casa Meli

L’immagine è di proprietà del B&B Casa Meli

Anche se amministrativamente è già nel comune di Parodi Ligure, questo delizioso B&B in realtà si trova a soli 3 km da Gavi, nel piccolo borgo di Cadepiaggio, con affaccio sulla bellissima piana che circonda l’antica ex Abbazia di San Remigio. La casa è curata ed accogliente, arredata con mobili ed oggetti antichi. L’atmosfera è distesa e romantica, davvero ideale se si è in coppia, un po’ meno se ci sono dei bimbi al seguito. Le camere sono solo due e quindi l’ambiente è davvero tranquillo ma nella bella stagione non dimenticate di prenotare. Dunque dicevamo: le stanze sono due, entrambi situate al secondo piano e dotate di bagno privato, tv, e wi-fi. Francesca Meli, la proprietaria, accoglie personalmente gli ospiti con rara dolcezza e si occupa  anche della colazione con prodotti tipici fatti in casa che in primavera ed estate si possono gustare anche nel piccolo giardino privato. Il prezzo per la camera doppia parte dai 70€ colazione inclusa, naturalmente. I bambini sino a 5 anni non pagano.

Hotel - AlbergoNonna Du – Agriturismo e B&B Località Vallemme Zamblea, 14 – 15066 Gavi (AL) Tel/Fax 0143 642582 – info@nonnadu.comVisita il sito
B&B a Gavi Nonna Du

l’immagine è di proprietà del B&B Nonna Dui

L’edificio che ospita le camere del B&B fa parte di una struttura più complessa, ristrutturata da poco e completamente immersa nel verde con vista sui vigneti. Nel giardino trova posto anche una piscina di acqua salata che è una vera tentazione: si sta così bene che quasi si rinuncerebbe a visitare i dintorni per godersi la serenità del luogo. Le camere sono  curate e dotate di ogni comfort inclusi bagno in camera, wi-fi, frigobar e aria condizionata. Alcune stanze sono molto ampie e particolarmente indicate ad accogliere i bambini che qui trovano un ambiente davvero adatto a loro. Colazione a buffet accanto al caminetto in inverno e a bordo piscina in estate. Il prezzo della camera doppia va dai 70 ai 90 euro a notte. I bimbi sotto i 3 anni soggiornano gratis in culla o lettino baby mentre il letto aggiunto costa 20 euro. Infine ecco anche i consigli per gli acquisti ma … solo di carattere gastronomico! Negozio di alimentariSe volete comprare i ravioli vi suggeriamo “La casa del raviolo“, al numero 95 di via Mameli. Qui si sono inventati anche di un nuovo modo di mangiarli: i “ravioli da passeggio”, una versione in stile “street food“, tostati su una piastra o in padella, senza alcun condimento, e poi raccolti in un cartoccio conico di carta (come quello per le caldarroste). E’ un’idea simpatica e molto riuscita, ideale per tutte le occasioni di festa in cui ci si serve a buffet e si mangia in piedi. Bar - CaffèGli amaretti di Gavi li trovate sempre morbidi e appena fatti al Caffè del Moro in pieno centro storico a Gavi, in via Mameli, non lontano dalla Pieve di San Giacomo, oppure presso l’Antica Pasticceria G. B. Traverso in via Bertelli, appena entrati in paese dalla parte di Arquata-Serravalle. Gli amaretti di Traverso sono distribuiti in molti altri punti vendita anche al di fuori di Gavi e possono essere acquistati online. Per informazioni info@amarettitraverso.it. Negozio di alimentariInvece, per quanto riguarda la tipica testa in cassetta, a Gavi in realtà c’è un unico artigiano che la produce secondo la tradizione. Si tratta della Macelleria Bertelli sempre in via Mameli al numero 23 (non è che ce n’è una sola di strada a Gavi, ma questa lunga via è l’asse storico e la spina dorsale del paese). Agostino Bertelli porta avanti un saper fare che era già di suo padre Giovanni e prima ancora del nonno Agostino, come lui, dando una continuità a una tradizione artigianale che dura ormai da quasi cento anni. E tanta esperienza si sente assaporando questo salume finalmente diverso dai soliti insaccati. Logo Cantina Cartasegna - Vini GaviE per il Gavi DOCG? Beh, qui ci sono tutti i contatti della nostra cantina: vi aspettiamo presto! 😉


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Vino e piatti tipici di Gavi

Ecco servito in tavola un vero e proprio poker d’assi eno-gastronomico: i ravioli, la testa in cassetta, gli amaretti e il Gavi DOCG, le più rinomate delle molte eccellenze alimentari del nostro territorio.

Ma con questi piatti forti si preannuncia già una vittoria a tavolino (è il caso di dirlo) su ogni buon proposito di continenza. Quindi, se pensate di venire a pranzo o a cena dalle nostre parti (in quest’altro articolo abbiamo raccolto qualche consiglio per scegliere dove mangiare, dormire e acquistare i prodotti tipici a Gavi), siete avvertiti: sospendete la dieta e rimandate la prova costume! 😉

Vino e cibi tipici di Gavi La storia di Gavi si intreccia praticamente da sempre con quella di Genova (Gavi è appartenuta alla Superba Repubblica sino al 1814, giusto due secoli fa) e così anche la cultura e il dialetto sono contaminati dallo spirito Ligure e lo sono persino l’aria, quando soffia “il Marin” (il vento di mare, appunto) e il carattere un po’ ruvido degli abitanti.

Gavi, per la sua posizione strategica funzionava quasi da anticamera di una città che per molti secoli, con solo qualche interruzione, fu una metropoli internazionale ante litteram.
Situata lungo una delle più importantiVie del sale”, le strade che mettevano in comunicazione i porti della costa ligure con la pianura padana e per il cui tramite si spostavano mercanti, pellegrini ed eserciti, Gavi ospitò genti e merci provenienti da ogni dove.

Così, è probabile che, proprio da questi incontri di palati e materie prime differenti, sia nata l’originale tradizione culinaria del nostro territorio, straordinariamente ricca di sfumature e così peculiare rispetto alla cucina Piemontese vera e propria.

I ravioli

I ravioli di Gavi nel vino (Monferrato Dolcetto DOC) Probabilmente, da questo stesso contesto, nasce anche la leggenda che vuole i ravioli, piatto tipico di molte cucine regionali in Italia, inventati proprio a Gavi, tra il XII° e il XIII° secolo, nella locanda della famiglia Raviolo, da cui il piatto avrebbe per l’appunto preso il nome.

La ricetta dei ravioli di Gavi “ufficiale” è gelosamente custodita dall’Ordine Obertengo dei Cavalieri del Raviolo e del Gavi ma pochi mesi fa Renato Bino, membro dell’Ordine, in un’intervista ha svelato qualche indizio: “carne magra di maiale e di manzo, salciccia, borraggine e maggiorana” per il ripieno, mentre “la sfoglia di pasta deve essere preparata con poche uova e deve essere quasi trasparente”.
In effetti, in paese, ogni famiglia ha perfezionato la propria formula per fare i ravioli e così, in coda all’articolo, vi presentiamo la ricetta dei ravioli di Nonna Ro, forse non proprio ortodossa ma davvero buona.

Il modo più consueto di condire i ravioli è con “u tuccu” cioè con un sugo di carne tipico genovese che si fa rosolando la carne di manzo nell’olio d’oliva extra vergine con un trito di funghi, cipolla, carota, sedano; per profumare si usa prezzemolo, alloro, rosmarino e pochissimo aglio; la carne deve poi cuocere a lungo, sino a disfarsi, a fuoco basso con un bicchiere di vino e salsa di pomodoro.
Però i nostri ravioli, specialmente quelli fatti in casa, sono tanto buoni da poter essere gustati anche “a culo nudo” (l’espressione è di Carletto Bergaglio, fondatore dell’Ordine Obertengo dei Cavalieri del Raviolo) cioè senza condimento e con solo una spolverata di parmigiano sopra.
Infine, un modo originale e assai gradevole di mangiare i ravioli è in tazza, annaffiati da un buon bicchiere di vino rosso (noi ci sentiamo di raccomandare il Monferrato Dolcetto DOC ma, come ricorda Renato Bino nel sopraddetto articolo, in estate si può usare, anzi “osare”, anche il vino bianco di Gavi, come raccomandava Carletto Bergaglio).

La testa in cassetta

La testa in cassetta di Gavi Ma oltre ai ravioli c’è di più: i taglierini con il sugo di funghi, la focaccia “stirata”, la torta di riso (salata), la torta pasqualina, naturalmente lo squisito risotto al Gavi e, infine, la testa in cassetta di Gavi, che è anche un presidio Slow Food.

La testa in cassetta è un insaccato prodotto con parti della testa del maiale ma quella di Gavi si distingue per l’utilizzo anche di tagli di bovino tra cui il cuore (che rende più vivido il colore), e per le numerose componenti aromatiche: sale, pepe, peperoncino, cannella, chiodi di garofano, coriandolo, pinoli, noce moscata, rum. La semplice descrizione degli ingredienti però non rende giustizia alla piacevolezza dell’insieme: per apprezzarla bisogna provarla in purezza come antipasto oppure a merenda tra due fette di pane casareccio, sempre accompagnata da un bicchiere di Cortese oppure di Grignolino.

Gli amaretti

Amaretti di Gavi E poi ci sono i dolci: i canestrelli al vino bianco (ça va sans dire), biscotti secchi e poco dolci perfetti per la prima colazione, i dolcetti di pasta frolla (con il cioccolato, i pinoli, il “doppio burro”, la marmellata o altro), il “latte di gallina” (un composto di latte, uova e zucchero in versione “dolce al cucchiaio” e non in quella più comune di bevanda ricostituente) e gli ormai famosi amaretti di Gavi, morbidissimi e anche questi con un carattere singolare e del tutto diverso dagli amaretti classici.

Gli amaretti di Gavi sono tenerissimi e bianchi, dentro e fuori (per la cottura delicata e la spolveratura di zucchero a velo) e hanno una forma a montagnola. Il sapore è fine ma ricco di sfumature dolci e amare e il gusto della mandorla è netto e ben riconoscibile. Alle vostre papille gustative consigliamo, quale compagno di questo dolcissimo viaggio, un ottimo Piemonte Moscato DOC.

Il Gavi DOCG

Il Gavi DOCGEd infine, last but non least, ultimo nella nostra esposizione ma primo per fama, il Gavi DOCG.

La coltivazione della vite nel territorio di Gavi affonda nel medioevo ma è dalla metà del XVII secolo che il vino da vitigno Cortese proveniente da Gavi è documentato e apprezzato in importanti contesti europei. Per diversi motivi tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 la produzione inizia a crescere significativamente per quantità ma anche per qualità sino a conquistare nel 1974 la Denominazione di Origine Controllata e nel 1998 la Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

La peculiarità di questo vino bianco si deve al territorio: alla qualità del terreno (calcareo-argilloso), alla conformazione collinare che migliora l’esposizione al sole ma soprattutto al clima, reso più mite dalla vicinanza al mare e dal “Marino”, il vento che soffia da sud.
La zona di coltivazione è limitata a poco più di 1000 ettari spartiti tra 11 comuni disposti intorno a Gavi.
Il disciplinare, che prevede le tipologie “tranquillo”, “frizzante”, “spumante”, “riserva” e “riserva spumante metodo classico”, riassume così le caratteristiche essenziali del Gavi DOCG:

  • colore: giallo paglierino più o meno intenso;
  • odore: caratteristico, delicato;
  • sapore: secco, gradevole, di gusto fresco ed armonico;
  • titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol.;
  • acidità totale minima: 5,0 g/l.

Ma è l’intensità e la persistenza dei profumi, il sapore netto e asciutto, la buona struttura e l’equilibrio complessivo che fanno del Gavi uno dei vini bianchi italiani di maggiore successo anche internazionale.

Servitelo sempre fresco (intorno ai 10°) insieme a piatti a base di pesce, soprattutto fritto, o carne bianca, verdure (specialmente torte salate e frittate) o con i salumi.

Ottimo anche all’aperitivo o per accompagnare alcune specialità della cucina genovese come la farinata o panissa o tavellette (bastoncini a base di farina di ceci bollita e poi fritta), friscêu (frittelline di pastella semplici o con l’aggiunta di una piccola quantità di lattuga o borragine, cipollotti o bianchetti, salvia o altri gusti a piacere) e cuculli (simili ai friscêu ma con farina di ceci) e baccalà fritto.
I genovesi ci fanno persino colazione con la focaccia (meglio se sottile, con grandi “occhi” di olio e ancora un po’ calda): i più ardimentosi con la focaccia con la cipolla!

Ricetta dei ravioli di carne di Nonna Ro

Ed ecco, come promesso, la ricetta dei ravioli.
A casa nostra, Nonna Ro impasta 1 kg di farina con 4 uova, 3 cucchiai di Gavi DOCG, sale e poco olio.
Per il ripieno rosola nel burro 300 grammi di carne magra di vitello, 200 grammi di carne di maiale, 200 grammi di salsiccia di maiale sbriciolata e 600 di carne di manzo da sugo (nota: nella tradizione gaviese la carne di manzo deve sempre predominare su quella di maiale) e intanto bolle 2 scarole e 2 mazzi di borraggine.
Una volta cotte e scolate le verdure, le trita insieme alla carne e ad un ciuffo abbondante di maggiorana, uno spicchio d’aglio e il pane bagnato nel latte.
E’ il momento di aggiungere 4 uova e un bel pugno di parmigiano reggiano e aggiustare di sale. Poi rimesta fino a che il composto non è liscio ed uniforme, quindi prepara e stende la sfoglia, che dovrà risultare sottilissima.
Per tagliare la pasta e chiudere i ravioli potete utilizzare l’apposito stampo oppure la rotella, come preferite.
Un piccolo trucco della nonna: mentre lavora una parte della pasta per ottenere i ravioli, copre quella avanzata con un canovaccio umido per non farla seccare.

Preparare i ravioli non è un lavoro da poco e per questo, quando ci si mette, tanto vale farne una sovrapproduzione e poi conservare i ravioli in più surgelati in freezer (anche se qualche buongustaio integralista si sentirà letteralmente rabbrividire).
Per la cottura è importante bollire i ravioli in abbondante acqua salata o, specialmente se pensiamo di mangiarli nella summenzionata versione “a culo nudo”, in un buon brodo di carne.

Ricetta dei ravioli A questo punto non vi resta che venire a Gavi e valutare in prima persona la gastronomia locale: insomma, provare per credere!


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