2019. È l’anno del Dolcetto… finalmente!

Il Dolcetto è un vino sorprendente.

Sorprende il suo colore rubino vivo ma al contempo profondo; sorpende trovare nel suo profumo fresco e vinoso una nota di mandorla; sorprende il suo sapore secco con retrogusto amarognolo, quando il nome lascerebbe intendere che ci stiamo avvicinando ad un vino zuccherino; sorprende l’equilibrio che esprime anche se bevuto ancora giovane, in virtù della bassa acidità e dei tannini sufficienti a renderlo gradevolmente ruvido sulla lingua ma mai troppo allappante.

Vitigno Dolcetto: grappolo ampio con bacche piccole e bluastre

Sorprendente quindi potrebbe apparire anche la notizia che un vino tanto accattivante necessiti di un importante rilancio per contrastare un, oramai molto lungo, periodo di progressivo abbandono, invece le ragioni della “crisi del Dolcetto” sono molteplici e non semplici da coreggere.

Benvenga allora l’iniziativa di Regione Piemonte, Consorzi di tutela, Enoteche regionali e Botteghe del vino di eleggere il 2019 anno del Dolcetto per accendere l’interesse sul vitigno e farne conoscere i diversi vini che ne derivano, ben 12 denominazioni solo in Piemonte, tre DOCG e 9 nove DOC: Dogliani DOCG, Dolcetto di Diano d’Alba o Diano D’Alba DOCG, Dolcetto di Ovada Superiore o Ovada DOCG, Dolcetto d’Alba DOC, Dolcetto d’Asti DOC, Dolcetto d’Acqui DOC, Monferrato Dolcetto DOC, Colli Tortonesi Dolcetto DOC, Langhe Dolcetto DOC, Pinerolese DOC Dolcetto, Dolcetto di Ovada DOC e il Piemonte Dolcetto DOC (Apri la mappa delle denominazioni DOC e DOCG del Dolcetto in Piemonte fonte: visitpiemonte.com).

Scopriamo insieme le contraddizioni di un vino che, ne siamo certi, vi intrigheranno e che vi faranno desiderare di scoprirlo per sorprendervi anche voi.

Guarda il video di presentazione dell’iniziativa.

Il Dolcetto è dolce… e non lo è.

Il vino Dolcetto è secco, la bacca invece ha un sapore dolce.
Ecco che già nel nome, il quale peraltro sembra non derivi neppure dalla sensazione al palato quanto piuttosto dal tipo di territorio più adatto alla coltivazione, i dossi (duset) collinari, si innesta la prima criticità.
Infatti, il fraintendimento può portare un consumatore non edotto a NON scegliere, o anche a scegliere, questo vino per la ragione sbagliata. Che ci sia stata anche questa riflessione, oltre all’evidente intenzione di valorizzare il territorio, alla base della scelta del consorzio di Dogliani di omettere il nome del vigneto nella denominazione?
Da qui scaturisce l’importanza, quasi un’urgenza, di raccontare il Dolcetto e il calendario delle iniziative in programma per quest’anno di occasioni per farlo ne offre davvero molte (scarica il calendario eventi: 2019 Anno del Dolcetto  fonte: visitpiemonte.com).

Secco sì ma poco acido e quindi morbido.
Questa qualità rende il Dolcetto gradevole quando è ancora molto giovane e nello stesso tempo rende più delicato l’invecchiamento. Così le stesse ragioni che sono all base della sua fama di vino beverino, a tutto pasto che ne ha decretato lo straordinario successo di un tempo si pongono anche alla base della difficoltà attuale di soddisfare il gusto del consumatore moderno, sempre meno incline a portare in tavola ogni giorno un vino semplice e più interessato al vino come esperinza, ricca di complessità, da vivere in particolari occasioni.

Dunque la valorizzazione del Dolcetto si muove, o meglio si è già mossa, su un doppio binario. Da una parte dando nuovo lustro alle qualità di freschezza e bevibilità che questo vino, già equilibrato ed armonico nel primo anno, offre senza mai scadere nel banale, compiacendo chi cerca un vino conviviale o attraverso il quale iniziare un percorso di assaggi, oltre che un vino che si sposa meravigliosamente con tutti i piatti più importanti della ricca tradizione clulinaria piemontese.
Dall’altra con il lavoro in cantina prezioso e accurato di molti produttori si è data vita a vini di maggiore complessità, adatti all’invecchiamento e capaci di offrire soddisfazione anche ai palati più esigenti.

I Dolcetto sono tanti

l Dolcetto vanta una lunga tradizione soprattutto nelle Langhe (zona di Alba e Dogliani) e nel Monferrato (zona di Acqui e Ovada), tanto da costituire quasi un binomio inscindibile con queste terre sebbene la coltivazione sia idonea anche in Abruzzo, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Umbria e in Liguria dove, forse, potrebbe trarre le sue origini e dove prende il nome di Ormeasco.
Oltre alle nove denominazioni piemontesi sono ammesse altre tre DOC (Ormeasco di Pornassio, Valpolcevera e Valsusa) e ventidue IGT.

Dolcetto Denominazioni Ammesse

MIPAAF – Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto Denominazioni Ammesse

Il Dolcetto è un vitigno che interpreta terreni diversi offrendo esperienze diverse: ancora una volta un punto di forza che è anche un vulnus perché se da una parte la ricchezza espressiva è sempre un valore, dall’altra rende più complesso tracciarne un’identità, renderlo universalmente riconoscibile.

Un giovane molto âge

Sicuramente coltivato allo scadere del XVI secolo, ma forse già diffuso alla fine del Medioevo, il vino Dolcetto vive, a partire dall’iniizo del XIX, secolo quasi 100 anni di grande diffusione soprattutto nelle regioni di Nord-Ovest: Liguria, Pemonte e Lombardia.
Sarà l’epidemia di filossera che investe il nostro paese a cavallo tra otto-novecento a segnare la storia del Dolcetto con due importanti contromisure: il reimpianto delle viti su base radicale americana (la quale aveva sviluppato resistenza al parassita) che ha determinato un interruzione nell’evoluzione del vitigno originario (ne sopravvivono solo pochi, sparuti impianti) e un’ampia sostituzione con impianti di Barbera, vitigno con cui condivide i terreni di elezione ma che risulta più resistente e offre una resa maggiore.
Inoltre, in tempi più recenti, lo straordinario successo globale di Barolo e Barbaresco e la conseguente alta remunerabilità di questi vini, hanno indotto nelle Langhe una massiccia sostituzione delle colture a Dolcetto con vigne di Nebbiolo.
Insomma i dati parlano chiaro: l’ISTAT rileva una riduzione delle superfici vitate a Dolcetto, a livello nazionale del 60% tra il 1970 e il 2010, mentre in Piemonte gli ettari coltivati da Dolcetto passano da 5.246 (dato ISTAT) del 2010 ai 3.800 del 2018 (dato Regione Piemonte).

MIPAAF - Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto- Evoluzione delle superfici vitate

MIPAAF – Registro Nazionale delle Varietà di Vite: Dolcetto- Evoluzione delle superfici vitate

Per invertire questa tendenza è evidentemente indispensabile aumentare la redditività dei vini Dolcetto ovvero stimolare un aumento del prezzo per incentivare i produttori. In questo senso la riduzione delle quantità disponibili ha già dato un piccolo contributo: la minore offerta comporta di per sé un incremento del prezzo. Ma il vero fronte su cui lavorare è sicuramente quello della maggiore qualità e soprattutto di una forte crescita della domanda.

Ed ecco l’ultimo dei paradossi: un vino che si fa apprezzare da giovane ma che sta imparando ad invecchiare bene e, al cotempo, un vitigno antico che dovrà essere impiantato nuovamente e che quindi darà vita a giovani vigneti.

Per tutte queste ragioni, che sono contraddizioni solo dialettiche, non possiamo che auguraci che l’Anno del Dolcetto sia un grande successo e segni la riscossa di un vino che amiamo moltissimo.

2019 Anno del Dolcetto, Emoji Pattern, Simone Monsi

Emoji Pattern, 2018 di Simone Monsi, Visual artist. Pattern grafico commissionato per il Padiglione Piemonte a Vinitaly 2018 ed etichetta ufficiale di 2019 Anno del Dolcetto.

Per restare aggiornati sulle iniziative consigliamo di seguire la pagina Facebook di Piemonte Land, organismo che riunisce i principali Consorzi del vino piemontesi e armonizza le strategie di promozione del vino sui mercati nazionale e internazionali.

Etichette per bottiglie di vino scaricabili e stampabili

Etichette da stampare per bottiglie di vino. Gratis!

Allora, avete già acquistato il vino sfuso e lo avete imbottigliato? Bene, allora perché non completare il lavoro apponendo sulle bottiglie le etichette scaricabili che abbiamo preparato: il vino figurerà meglio in tavola e con l’annata bene in vista non rischiate di lasciare indietro qualche bottiglia.

Anche quest’anno abbiamo preparato per voi un paio di nuovi modelli di etichetta con dedicati alla vendemmia 2017, ciascuna in due varianti: una per il vino rosso e una per il vino bianco.

Allora, avete già acquistato il vino sfuso e lo avete imbottigliato? Bene! Allora, completate il lavoro apponendo sulle bottiglie le etichette scaricabili che abbiamo preparato: il vino figurerà meglio in tavola e con l’annata bene in vista non rischiate di lasciare indietro qualche bottiglia!

 Etichette per vino scaricabili da stampare (vendemmia 2018)

Scegliete quella che piace di più, cliccate per aprire il documento in formato pdf e stampate le etichette: le dimensioni di ciascuna etichetta sono 9×12 cm, quindi ne abbiamo impaginate quattro per ogni foglio in formato A4.

Dovete ancora travasare?

Potrebbero esservi utili i nostri consigli per imbottigliare e per utilizzare al meglio i tappi di sughero mentre se vi siete portati avanti avanti e avete già completato l’imbottigliamento non vi resta che leggere il post sulle “best practice” per la conservazione del vino.

State ancora scegliendo il vino da acquistare? Beh, non esitate a contattarci

Ecco alcune delle nostre etichette applicate alle bottiglie. Quali sono le vostre preferite? Ce n’é qualcuna che vorreste poter scaricare nella versione aggiornata per la vendemmia 2019? Contattateci per ricevere l’aggiornamento di una vecchia etichetta.

Bottiglie di vino come bomboniere per matrimonio? Wine not?

Originali, utili, eleganti… insomma sei a caccia di una grande idea per le bomboniere per il tuo matrimonio, scegli le bottiglie di vino personalizzate con un collarino, un sacchettino di confetti o un’etichetta appositamente disegnata.

E non solo per il matrimonio, anche per l’anniversario di nozze le bottiglie di vino sono un’idea molto apprezzata da tutti gli ospiti… beh, se il vino è buono, naturalmente 😉 .

Alcuni dei nostri clienti hanno acquistato le bottiglie di vino per realizzare delle bellissime bomboniere: prendi ispirazione dalle loro creazioni per il tuo matrimonio, sfoglia le immagini che gli sposi hanno condiviso con noi.

E se pensi ad una festa di nozze o di anniversario interamente a tema vino, allora le bottiglie possono diventare anche un’ottima idea per numerare il tavolo, presentare il menu, creare un originale centrotavola:  per trovare nuove idee, dai un’occhiata alla nostra bacheca dedicata a matrimoni e anniversari su Pinterest.

Il costo? I prezzi possono variare anche significativamente (per i nostri vini all’incirca tra i 4,50 € e i 9,00 € a bottiglia) in funzione della qualità di vino scelta ed a seconda che decidiate di ricevere le bottiglie già etichettate oppure optiate per il “fai da te“.

Come la tipologia di vino  è importante scegliere una qualità che vi dia piena soddisfazione e sia una piacevole scoperta per i vostri ospiti, dunque vi consigliamo di ordinare dei campioni da assaggiare o di recarvi in cantina per una degustazione.

Per informazioni su i vini che è possibile ordinare con le nostre etichette personalizzate o per prendere un appuntamento per venire a trovarci in cantina chiamaci al numero 347 1355541 oppure scrivici tramite il modulo di contatto.

Grazie ad Alice e Marco, Elisa e Francesco, Martina e Alessio per averci scelti e averci concesso l’uso delle immagini delle bottiglie realizzate per i loro matrimoni.

Calendario lunare per imbottigliamento 2019

Segui la luna per imbottigliare (… della serie “Non è vero ma ci credo” ecco il calendario 2019)

Diciamolo subito: non c’è alcun riscontro scientifico che le fasi lunari influenzino i complessi processi chimici che trasformano il mosto in vino e, quindi, non c’è un vincolo a seguire il lunario per le varie fasi di lavorazione, il travaso e l’imbottigliamento. Bon.
Ma è tutto?

No, non è tutto, perché sappiamo bene che il vino non è un qualsiasi succo di frutta, bensì un distillato di cultura e tradizioni, una bevanda che ha accompagnato l’uomo nella sua storia e che spesso ha, oggi come ieri, un valore rituale in molte occasioni della vita.
Dunque, se imbottigliate da voi il vino, non solo per avere un risparmio, ma anche per renderlo più vostro, perché così facevano vostro padre e vostro nonno, e se ripetere i loro gesti, le loro usanze, vi fa entrare nel solco di una tradizione, vi fa sentire parte di una storia, ebbene la notizia è che la scienza non dice neppure che seguire la luna arrecherà danno al vostro vino. 😉

Luna-per-imbottigliamento

Secondo la tradizione la luna calante è la più favorevole per tutti i tipi di vino, l’ultimo quarto in particolare per i vini dolci e per quelli che dovranno restare in bottiglia più a lungo (se non avete una cantina particolarmente attrezzata, soprattutto per la tappatura, e climaticamente adatta alla conservazione del vino, sconsigliamo comunque di conservare il vino imbottigliato non professionalmente oltre i 24 mesi). L’ultimo quarto della luna crescente invece conferirebbe alle bottiglie un gradevole frizzantino.

Il periodo più indicato è quello intorno al mese di marzo per i vini da consumare entro l’anno perché con il freddo dei mesi precedenti le sostanze in sospensione si sono depositate sul fondo e si può imbottigliare un vino già limpido.
Per i vini che vogliamo consumare più avanti è meglio aspettare settembre o giù di lì: il vino avrà già maturato un po’ ed avrà avuto modo di stabilizzarsi: sarà così più facile che mantenga le sue caratteristiche più a lungo.
Imbottigliando a primavera è possibile catturare di più i profumi di fiori o frutta mentre a settembre è possibile ottenere un vino con meno note acide.

Come imbottigliare il vino

Sei alle prese con le tue prime esperienze di imbottigliamento?

Scopri tutti i consigli del cantiniere per imbottigliare oppure scarica la breve guida (infografica).

Ed ecco qui il calendario per l’imbottigliamento 2019 (PDF) per i mesi febbraio-aprile e settembre-novembre. Potete anche scaricare il lunario e stamparlo per tenerlo sottomano in cantina e… buon lavoro!

Nota: l’immagine in alto è elaborata sulla famosa rappresentazione della luna, come volto umano con una navicella spaziale conficcata nell’occhio, che compare nel film di Georges Méliès, Le Voyage dans la Lune (Viaggio sulla luna), del 1902.


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 Auguri di Buone Feste!


Etichetta Vino Natale 2015 - V

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Etichetta Vino Natale 2015 - O

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Etichette vino Natale 2015 B-p

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Quante calorie ci sono in un bicchiere di vino?

Il vino fa ingrassare? Quante calorie contiene un bicchiere di vino?

Quante calorie ci sono in un bicchiere di vino?
Si avvicina la prova costume, state per lanciarvi in una dieta dell’ultima ora e vi chiedete: sarà davvero necessario rinunciare anche a un bicchiere di vino?
A questa domanda cerca di dare risposta anche il Parlamento Europeo che con indefessa smania legiferatrice sta lavorando a un disegno di legge per imporre l’indicazione del contenuto calorico del vino in etichetta, così da favorire un consumo più consapevole anche sotto questo aspetto.
In attesa di sapere se, come e quando dovrà essere fornita questa indicazione, vediamo in che modo, già oggi, ci possiamo orientare per capire quante calorie ci sono dentro al nostro bicchiere di vino.

Che relazione c’è tra grado alcolico e contenuto calorico?

L’uva con cui è prodotto il vino contiene zuccheri, che, durante la fermentazione, si trasformano in alcool alimentare (alcol etilico o etanolo) , quindi la prima equazione è intuitiva:

+ zuccheri = + alcool

Siccome il contenuto calorico dello zucchero è significativo e non và disperso nell atrasformazione in alcool, ne segue che:

+ alcool = + calorie

Pertanto ecco il primo indizio: osservate sull’etichetta il grado alcolico della vostra bottiglia: tanto più è alto, tanto maggiore sarà l’apporto calorico.

Ma se volessimo un dato più preciso? Allora bisognerà fare qualche calcolo.
Supponiamo di voler calcolare il contenuto calorico di un bicchiere del nostro Gavi DOCG e della nostra Barbera d’Asti DOCG. I dati che ci servono sono i seguenti:

  • Quanto alcool contiene il  vino? Il tasso alcolometrico indicato in etichetta esprime in percentuale la quantità di alcool sul volume complessivo. Ad esempio, per il Gavi DOCG,  l’indicazione 12,5% vol. significa che in 100 ml di vino ci sono 12,5 ml alcool, mentre nel caso della Barbera d’Asti a 13 gradi, in 100 ml di vino troviamo 13 ml di alcool.
  • Quante calorie contiene l’alcool? 7 calorie per grammo
  • Qual’è il peso specifico dell’alcool? 0,79 kg/l
  • Quanto vino c’è nel bicchiere? Questo dato è variabile sia in funzione della capacità del bicchiere che del livello sino al quale è riempito. In genere, in un bar o al ristorante, vi serviranno circa 80-100 ml di prosecco, spumante o champagne, 100 -120 ml di vino bianco e 125-150 ml di vino rosso (i bicchieri per i bianchi e, ancor più, le flûte sono meno capienti dei calici per il vino rosso che sono solitamtente piuttosto grandi e se non li si riempie per almeno 1/3 sfigurano). Ipotizziamo quindi 100 ml per il Gavi DOCG e 150 per la Barbera d’Asti.

E infine, qual’è formula per calcolare l’apporto energetico dei nostri vini?

calorie = quantità di alcool x peso specifico x valore energetico dell’alcool

Che nel caso del Gavi DOCG significa:   (12,5/100 x 100 ml) x  0,79 gr/ml x 7 cal/gr= 69,5 cal
e nel caso della Barbera d’Asti:    (13/100 x 150 ml) x  0,79 gr/ml x 7 cal/gr= 108 cal

Contenuto calorico del vino rosso e bianco

Ma è tutto qui, oppure dobbiamo tenere conto anche di altri fattori?

Davvero lo zucchero può incidere sulle calorie complessive?

Lo abbiamo già detto all’inizio: + zucchero = + calorie e, prima della fermentazione, di zucchero ce n’è davvero parecchio se si considera che nel succo d’uva la quantità è compresa tra 150-250 g/kg.
Tuttavia, dopo la fermentazione, la quantità di zucchero residuo in un vino secco è del tutto trascurabile (meno di 4 grammi per litro) per cui lo è anche il suo apporto energetico.
Così se, ad esempio, riconsideriamo il nostro Gavi o la nostra Barbera d’Asti, riscontriamo una quantità di zuccheri totali (fruttosio + saccarosio + glucosio) residui davvero minima: rispettivamente di 2 g/l e 3 g/l.

A questo punto il calcolo è semplice: basta infatti moltiplicare l’apporto calorico di un grammo di zucchero, che è di 3,92 calorie, per la quantità di zucchero residuo presente nel di vino e rapportarlo alla quantità di vino contenuta nel bicchiere. Quindi, ad esempio, le calorie derivanti dallo zucchero presente nel bicchiere contenente 100 ml di Gavi DOCG, sono: 3,2 cal/g x 2 g/l x 0,1 l = 0,44 cal … praticamente niente. 

Piemonte Moscato DOC - Vino dolceIl discorso è diverso nel caso di un vino dolce che deve avere un quantitativo minimo di zucchero di 45 grammi per litro. Ad esempio, se consideriamo una coppa di Piemonte Moscato DOC, con residuo zuccherino di 125 g/l, dovremo aggiungere alle calorie derivanti dalla componente alcoolica, in questo caso sensibilmente bassa ( 5,5% vol.), per cui potrebbero sembrarci poche:

(5,5/100 x 100 ml) x  0,79 gr/ml x 7 cal/gr =
31 cal dovute alla componente alcoolica

quelle apportate dal residuo zuccherino, che sono di più:

3,2 cal/g x 125 g/l x 0,1 l =
40 cal  dovute al residuo zuccherino

Totale: 72 cal. per 100 ml di vino.

Tutto considerato,  più che il calcolo, per il consumatore,  può risultare difficile conoscere questa quantità di zucchero presente nel vino, considerato che non è obbligatorio indicarla in etichetta.
Infatti, solo per i vini spumanti (sovrapressione a 20°C non inferiore ai 3 bar) la normativa  prevede che sia riportata sempre l’indicazione del tenore di zucchero così espressa:

brut nature Se il tenore di zucchero è inferiore a 3 g/l
extra brut Se il tenore di zucchero è compreso tra 0 e 6 g/l
brut Se il tenore di zucchero è inferiore a 12 g/l
extra dry Se il tenore di zucchero è compreso tra 12 e 17 g/l
sec Se il tenore di zucchero è compreso tra 17 e 32 g/l
demi-sec Se il tenore di zucchero è compreso tra 32 e 50 g/l
doux Se il tenore di zucchero è superiore a 50 g/l

Per tutti gli altri vini non è obbligatorio dichiarare il contenuto in zuccheri non fermentati, ma chi lo fa (e in realtà non è infrequente trovarne esplicita indicazione, magari nella contro etichetta)  allora deve attenersi a queste indicazioni:

secco Se il tenore di zucchero non è superiore a 4 g/l
abboccato Se il tenore di zucchero è superiore al limite massimo sopra fissato ma non supera 12 g/l
 amabile Se il tenore di zucchero è superiore al limite massimo sopra fissato ma non supera 45 g/l.
dolce Se il tenore di zucchero è almeno pari a 45 g/l

In realtà nel 2012, il DM del 13 agosto, ha stabilito anche le indicazioni che possono essere utilizzate per i vini liquorosi (con titolo alcolometrico effettivo non inferiore a 15% vol. e non
superiore a 22% vol.):

secco Fino a 40 g/l
semisecco o amabile Da 40 a 100 g/l
dolce Superiore a 100 g/l

e per quelli frizzanti (vini con titolo alcolometrico effettivo non inferiore a 7% vol. e che
presentano una sovrapressione non inferiore ad 1 e non superiore a 2,5 bar):

secco Da 0 a 15 g/l
semisecco o abboccato Da 12 a 35 g/l
 amabile Da 30 a 50 g/l
dolce Superiore a 45 g/l

Crediamo di avervi detto tutto il necessario quindi proviamo a riassumere.

Quanto incide il consumo di vino sul nostro fabbisogno energetico giornaliero?

Un consumo assennato di vino può incidere per circa il 7-12% del nostro “budget” calorico

Per calcolarlo abbiamo considerato un paio di bicchieri a media gradazione alcolica e li abbiamo rapportati al fabbisogno giornaliero “standard” di un adulto che è poco al di sopra di 2000 calorie … anche se si sa che questo valore può variare in funzione del sesso della corporatura e dello stile di vita e può essere inferiore in un periodo in cui siamo sottoposti a un regime alimentare restrittivo (come nel caso di una dieta), si tratta in fin dei conti una percentuale davvero modesta.

Il vino è più o meno calorico delle altre bevande?

Sia all’aperitivo che a tavola bere un bicchiere di vino comporta una minore assunzione di calorie rispetto al consumo di altre bevande alcoliche o dolcificate.

Il contenuto energetico è molto inferiore a quello di un qualsiasi superalcolico che potreste ordinare per aperitivo ma è anche complessivamente inferiore a quello di una lattina di una qualsiasi bibita gassata dolcificata (come la Coca Cola), di una birra, di un the freddo o di un succo di frutta industriale perché, sebbene il valore energetico di queste bevande per 100 ml sia inferiore, la quantità che se ne consuma è generalmente almeno doppia o tripla.

Il contenuto calorico del vino varia significativamente tra le diverse tipologie?

La differenza di contenuto energetico tra i diversi tipi di vino non è abbastanza significativa per poter ragionevolmente influenzare la vostra scelta

Non vorrete davvero scegliere il vino da portare a tavola in funzione di un eventuale risparmio di poche decine di calorie? Piuttosto rinunciatevi per uno o due giorni ma poi concedetevi il lusso di assaporare con serenità il vostro vino preferito, quello più adatto ai vostri piatti, alla situazione o magari solo al vostro umore … e lasciatevi saziare di soddisfazione.

È vero che bere il vino fa bene alla salute?

Assumere alcool non è mai un vantaggio per la salute. Anche se alcuni studi hanno messo in risalto effetti salutistici derivanti da altre sostanze contenute nel vino è importante essere consapevoli che esiste un riscio per la nostra salute connesso al consumo di alcool che deve essere sempre moderato.

In effetti i ricercatori dell’Università di Alberta (Canada) hanno scoperto che il reservatrolo, presente nel vino rosso, ha effetti benefici sulla nostra salute, simili a quelli dell’esercizio fisico, in particolare sulla funzione cardiaca e sulla forza muscolare: “Il resveratrolo potrebbe aiutare quei pazienti che avrebbero bisogno di esercizio ma non sono fisicamente in grado di sostenerlo” amplificando i benefici attivati da una modesta quantità di attività motoria.
Eppure parrebbe così… almeno per gli effetti salutistici, se non direttamente nella perdita di peso:
Altri studi avevano già rivelato che chi beve un bicchiere di vino rosso al giorno ha meno probabilità di sviluppare la demenza o il cancro, ma ora il nuovo studio allarga i benefici di un moderato consumo di vino rosso anche al cuore e alla regolazione della glicemia attribuendogli un’azione anti-ageing.

Tuttavia non possiamo ignorare che il consumo di alcool comporta dei rischi e che questi possono variare significativamente da persona a persona: i giovani (sotto i 21 anni) e le donne hanno una minore capacità di metabolizzare l’alcool e devono contenere maggiormente il consumo, mentre i giovanissimi (sotto i 16), le donne in stato di gravidanza e le persone con alcune patologie devono astenersi completamente. Naturalmente i rischi aumentano se il consumo di alcool è elevato o molto frequente perché in tal caso insorgono anche cosiddetti danni alcol-correlati connessi allo stato di ebbrezza o alla dipendenza.

Il vino, più di altre sostanze alcoliche, è parte della nostra cultura da tempo immemore, accompagna il rito dello stare a tavola e sottolinea le nostre celebrazioni: un brindisi si unisce sempre ad un augurio, un riconoscimento, un festeggiamento. Il contesto nel quale avviene il consumo è molto importante e può influire sugli effetti che ne conseguono: insomma beviamo  vino moderatamente, responsabilmente ma anche serenamente. Salute !! 🙂

Hipp hipp hurra! - Brindisi

Hip, hip, urra! Festa degli artisti a Skagen, Peder Severin Krøyer, 1888. Museo d’arte di Gotheborg

Panino Monferrino: mai più senza! Tanti prodotti tipici in un sol boccone

Il Panino Monferrino ce lo siamo inventato noi… forse.
Beh, può essere che qualcuno ci avesse già pensato, ma noi non lo sapevamo e così, quando abbiamo avuto l’idea di sposare i sapori più buoni del nostro territorio, il risultato ci è apparso subito come una rivelazione: il paradiso fatto panino 😀 .

Panino Monferrino: robiola di Roccaverano, miele, nocciole, testa in cassetta di Gavi

Dunque per preparare il “Panino Monferrino” perfetto vi occorre:

  • pane: meglio se tipico, così vi consigliamo le papere, panini tipici caratteristici del Monferrato, bianchi, molto leggeri (a volte, quasi vuoti dentro) ma con la crosta sottile e quindi al contempo morbidi e croccanti. La papera è piuttosto diffusa anche in Liguria e si riconosce facilmente perché nel mezzo ha un avvallamento, fatto con il taglio della mano prima di mettere il pane in forno;
  • robiola di Roccaverano: è un formaggio DOP a pasta fresca prodotto con latte caprino. Può essere di pura capra oppure con latte misto (minimo 50% capra + latte vaccino e/o ovino). Noi amiamo i sapori forti e quindi di solito utilizziamo quello di pura capra… però può non piacere a tutti (abbiamo avuto ospiti stranieri che proprio non ce l’anno fatta). Per maggiori informazioni consultate il sito del Consorzio per la tutela del formaggio robiola di Roccaverano DOP;
  • miele: noi usiamo quello di Gavi, dei nostri vicini Giada, Ilde e papà Sergio e quindi possiamo dire di conoscere molto bene i produttori… ape per ape!
  • nocciole: naturalmente Piemonte IGP vale a dire la migliore del mondo. Altre info sul sito del Consorzio Tutela Nocciola Piemonte;
  • testa in cassetta di Gavi: è il pezzo forte della composizione, un salume “povero” della tradizione contadina prodotto con vari tagli “di risulta” di maiale e di manzo. E proprio in questo sta la particolarità della testa in cassetta di Gavi (presidio Slow Food http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/testa-in-cassetta-di-gavi/): nell’utilizzo di tagli di bovino (lingua, muscolo e cuore), che la rendono più delicata, e di aromi come pepe, cannella, coriandolo, chiodi di garofano e noce moscata;

Testa in cassetta di Gavi e Robiola di Roccaverano

Insomma per una merenda “rinforzata”, all’aperitivo o nel pranzo al sacco, il Panino Monferrino è il nostro “must to have”.

Ah, cosa bere insieme? Naturalmente un vino del territorio: a tutto Monferrato!

Gelatina di vino rosso o vin brulé

La gelatina di vino è una vera lecornìa da degustare con un tagliere di formaggi ma può essere anche un dessert da consumare in purezza o da accostare alla pasticceria secca.

Potete preparare la gelatina in piccoli vasetti oppure potete utilizzare degli stampini per preparare piccole forme che decoreranno magnificamente i vostri piatti: perché le gelè di vino non sono solo buone ma anche belle!

Gelatina di vino Vin Brule

La gelatina di vino più buona è per noi quella ottenuta partendo da un buon  vin brulé (nell’immagine sotto le proporzioni tra gli ingredienti nella nostra ricetta)

Gelatina di vino - Vin Brule ingredienti

La ricetta base però prevede semplicemente l’utilizzo di un buon vino rosso fruttato con un po’ di zucchero (la proporzione dipende dai gusti ma noi consigliamo di non superare mai i 300 grammi per litro di vino ) e una sostanza gelificante. Il tipo e la quantità di addensante da utilizzare possono essere scelti secondo le proprie preferenze (per approfondire vi segnaliamo i consigli  di Intravino)
Noi che non prepariamo mai le la gelatina di vin brulé per conservarla a lungo, come le marmellate, ma solo per l’occasione, preferiamo i fogli di “colla di pesce” perché sono semplici da dosare ed utilizzare garantendo sempre un buon risultato.
Se intendete preparare dei piccoli vasetti consigliamo di impiegare 8 grammi di colla di pesce per ½ litro di vino, per avere una consistenza più morbida, mentre per una buona riuscita delle formine sono necessari 12 grammi di colla di pesce per ½ litro e comunque, se volete che si presentino al meglio, è preferibile prepararle il giorno stesso.

Gelatina di vin brulleLa realizzazione è molto semplice: preparate il vin brulé secondo la ricetta e mentre aspettate che raffreddi un po’ per filtrarlo ammollate i fogli di pesce per una decina di minuti in un po’ di acqua fredda quindi strizzate i foglietti e fateli sciogliere nel vino caldo. Riempite i vostri contenitori e quando non saranno più caldi trasferiteli in frigo dove dovranno riposare per almeno 4 ore.

 

Guida Gavi e dintorni: tra vigneti e antichi castelli

Itinerario Gavi e dintorni: tra vigneti e castelli storici

I dintorni di Gavi sono costellati da una moltitudine di borghi medioevali, ciascuno con la propria rocca fortificata o castello signorile, che si alternano al paesaggio di vigna e a sporadici boschetti. Così, per una rapida visita che possa consentirvi di cogliere l’essenza di questo territorio quasi con un solo sguardo, abbiamo preparato un itinerario ad anello (più o meno) di circa 60 km, con partenza e arrivo dall’uscita Serrvalle Scrivia dell’Autostrada A7 Milano – Genova (non ci si può sbagliare: è la stessa dell’Outlet).

Non abbiamo incluso strade sterrate ma alcune, sebbene asfaltate, sono stradine decisamente secondarie. Tuttavia, in genere, le direzioni sono ben segnalate. Inoltre, se siete dotati di smartphone o tablet e di una connessione internet mobile, potete seguire l’itinerario sulla mappa di Google che abbiamo creato appositamente (nella descrizione sotto richiamiamo indicati con le lettere i paesi e alcuni punti di interesse segnalati sulla cartina).Vai alla mappa su Google e segui l'itinerario tra vigneti e castelli nei dintorni di Gavi

Se invece lo preferite abbiamo anche predisposto la versione pdf stampabile di questa piccola guida (scarica la nostra “Mini – guida alla scoperta di Gavi e dintorni, tra vigneti e castelli storici“).

Queste le tappe del nostro itinerario:

1. Direzione Tassarolo
2. Il castello di San Cristoforo
3. Castelletto D’Orba
4. Il castello di Montaldeo
5. Proseguire o tornare?
6. Il “castello dell’Innominato”
7. Il castello e il “ricetto” di Lerma
8. Sulla via del ritorno
9. L’ex abbazia di San Remigio
10. Santuario della Madonna della Guardia di Gavi
11. Gavi e la sua fortezza
12. Verso casa
13. Altre risorse utili per conoscere o visitare Gavi e dintorni

Partenza!

1. Direzione Tassarolo

Appena usciti dall’autostrada (A) tagliamo subito su per la collina alle spalle di Serravalle Scrivia seguendo le indicazioni per il Golf Club. Presto però lasciamo la strada che porta a Monterotondo (ci passeremo al ritorno) e, appena superata la chiesetta alla nostra sinistra, svoltiamo a destra in direzione Novi Ligure (B). Proseguiamo tranquillamente tra le vigne sino all’incrocio con la Strada Provinciale 158 che, compiendo una svolta a gomito, imbocchiamo in direzione Tassarolo – Gavi (C). Prima di arrivare al castello di Tassarolo, una piccola deviazione (Via della Rovere Verde) ci consente di ammirare un albero di ben 400 anni! Si tratta di un cerro-sughera (Quercus crenata), un incrocio naturale tra il cerro (Quercus cerris) e la quercia da sughero (Quercus suber), alto ben 18 metri con una chioma di 4 metri.

Cerro Sughera: albero di 400 anni a Tassarolo

Risaliamo verso il centro del paese dominato dal Castello (D) un tempo centro nevralgico della “Contea di Tassarolo”, feudo degli Spinola di Luccoli, una delle famiglie più importanti della storia genovese e tuttora proprietaria del castello. Gli Spinola vi si insediarono intorno alla metà del XIV° secolo, furono investiti del titolo di Conti nel 1560, nel 1689 acquisirono il diritto a creare una zecca per battere moneta e mantennero il governo del territorio sino al 1797 ovvero sino a che Napoleone non abolì il sistema feudale.
Oggi il la proprietà è un’azienda vitivinicola che utilizza i cavalli per i lavori in vigna.

2. Il castello di San Cristoforo

Proseguiamo, sempre tra i vigneti, verso Gavi ma per ora non entriamo in paese e giriamo (E) sulla Strada Provinciale 176. Seguiamo il corso del fiume Lemme diretti verso il paese di San Cristoforo (F) dove troviamo il secondo castello del nostro itinerario, nella zona uno tra i più grandi e dai trascorsi più illustri: vi soggiornarono, tra gli altri, Federico Barbarossa e Napoleone.
Si tratta di un complesso interessante, con la chiesa, un piccolo parco e diversi edifici (costruzioni militari, case, magazzini e laboratori artigiani) raccolti intorno all’abitazione del signore, il tutto racchiuso da una cinta muraria.
Il complesso ospita oggi alcune abitazioni private e diversi uffici pubblici e anche il parco è pubblico.
L’origine è molto antica forse addirittura romana con un consolidamento in epoca longobarda: l’elemento più antico che possiamo osservare oggi è la torre, dalla strana pianta poligonale, sottile e alta, detta “del Gazzolo”, eretta nel X secolo con funzione strategica e di difesa, forse dai Saraceni (sic!). Di proprietà, all’epoca, dei marchesi di Parodi, la leggenda narra che questi fecero costruire un percorso sotterraneo segreto che metteva in collegamento San Cristoforo e Parodi.
Nel XIV secolo anche questo possedimento  entra nella sfera di potere della famiglia Spinola che tra alterne vicende ne mantiene la proprietà sino al 1957.

3. Castelletto D’Orba

Per andare da San Cristoforo a Castelletto seguiamo la strada provinciale 176. In questa parte del nostro percorso la vigna si alterna ad altre coltivazione, quartieri residenziali e piccole macchie boschive.
Naturalmente non poteva mancare un castello proprio a Castelletto (G)! 😀

Castelletto d'Orba: il castello

Castelletto d’Orba: il castello

La struttura è un blocco compatto quadrangolare, posto in posizione dominante, secondo il modello più diffuso nel territorio tra il 1300 e il 1500. È ingentilita però da eleganti colonnine in marmo bianco delle bifore gotiche, con piccoli finestrini a “occhio di bue” che le sormontano e una fitta merlatura in mattoni. Il castello venne costruito nel XI secolo sulla sommità di una collina in cui i primi insediamenti risalgono all’epoca romana. L’aspetto attuale è conferito da un restauro compiuto ai primi del 1900 da Alfredo D’Andrade, lo studioso, pittore e progettista che edificò il Castello de Albertis a Genova (oggi sede del Museo Etnografico), ideò il Borgo medioevale al Parco del Valentino a Torino e che con la sua passione per il medioevo, perseguendo numerosi interventi di restauro filologico sul centro storico di Genova, vi ha impresso una particolare connotazione.

4. Il castello di Montaldeo

Da Castelletto d’Orba, seguendo la strada provinciale 175, ci bastano appena 10 minuti, in auto o moto, per arrivare a Montaldeo un piccolo nucleo medioevale sovrastato dal castello eretto nel 1271, dopo che già una volta, cinquant’anni prima, era stato distrutto dai Genovesi. Montaldeo rappresentava infatti un baluardo del governo di Alessandria sempre più minacciato dalle mire espansionistiche della Repubblica genovese.

Castello di Montaldeo

Castello di Montaldeo

Il castello sorge su un alto basamento che ne accentua l’imponenza. Nonostante il basamento fortificato, con garrite e posto di guardia, e il percorso di gronda aggettante sulla sommità dell’edificio, si tratta sostanzialmente di una dimora signorile e non di un baluardo difensivo.

L’impianto a blocco è tra i più leggibili e ben inseriti nel paesaggio: il castello di Montaldeo è visibile e chiaramente riconoscibile da ogni lato anche da una grande distanza. All’interno sono conservati arredi antichi ed armi mentre nei sotterranei un intricato groviglio di scalette, corridoi e trabocchetti conduce alle celle dell’antica prigione.
Nei primi decenni del 1500, sullo sfondo di un’estrema miseria, il castello fu teatro di una rivolta nei confronti della famiglia Trotti (al cui nome, quasi per ironia, è più spesso associato il castello) che aveva governato e perpetrato soprusi per circa un secolo: uomini, donne e anche i fanciulli appartenenti alla signoria vennero trucidati. In seguito alla restaurazione del potere, allora in mano agli Sforza, i congiurati vennero condannati alla confisca dei beni e all’esilio: una pena mite per quei tempi, segno che forse agli Sforza era chiaro da quale parte fosse la ragione. In ogni caso dopo pochi anni il castello entrò a fare parte dei possedimenti della famiglia genovese dei Doria che ne mantiene la proprietà tutt’oggi.

5. Proseguire o tornare?

Da Montaldeo si prosegue sulla provinciale 175 in direzione Mornese ma in prossimità dell’incrocio con la provinciale 168 (H) si aprono due possibilità:

  • se siete stanchi prendete la strada in direzione Parodi – Gavi per incamminarvi sulla via del ritorno
  • se, invece, vi va di fare qualche altra scoperta proseguite ancora poche centinaia di metri in direzione Mornese ma al bivio che indica la strada per Ovada lasciate la provinciale 175 e prendete per Ovada via Casaleggio – Lerma

6. Il “castello dell’Innominato”

Giunti a Casaleggio, con una piccola deviazione in direzione dei laghi della Lavagnina – parco delle Capanne di Marcarolo, raggiungiamo in pochi minuti il castello, uno tra i più antichi del territorio (fondato approssimativamente intorno al 1000) ma non tra i più interessanti né per impianto architettonico, né per ruolo storico, eppure tra i più suggestivi.
Il castello di Casaleggio, infatti, non è inserito come tutti gli altri in un borgo ma è isolato, arrampicato sul fianco di una collina, circondato da una natura pressoché incontaminata, a tratti selvaggia, che gli conferisce un’aura di mistero e con una piccola chiesa ai suoi piedi che contribuisce a creare un’impressione d’imponenza superiore a quella reale dell’edificio. L’insieme del bosco, del castello e della chiesetta ha insomma un forte impatto scenografico, ragione per cui nel 1967 fu utilizzato per rappresentare il castello dell’Innominato (nome con cui infatti è noto nei dintorni) in un famosa versione televisiva de “I promessi sposi”.

7. Il castello e il “ricetto” di Lerma

Infine, proseguendo sulla provinciale 170 arriviamo a Lerma (I). Il castello di Lerma è davvero molto bello e sicuramente uno dei più interessanti del nostro percorso.

Il "Ricetto" del castello di Lerma

Il “Ricetto” del castello di Lerma

Si tratta di un complesso formato da una cinta muraria che accoglie il maniero, la torre di guardia, la chiesa e il “ricetto” e che si erge sulla sommità di una rocca di tufo, a strapiombo sulla valle del Piota.
L’impianto attuale risale alla metà del XVI secolo quando fu realizzato per volontà di Luca Spinola che vi incorporò un torrione preesistente (XII secolo) con un lato tondeggiante e vi aggiunse una seconda torre quadrata che si affaccia sull’interno del complesso.

Il “ricetto” è un piccolissimo borgo che era destinato a offrire protezione (ricetto, rifugio appunto) alla popolazione in caso di pericolo o assedio, eventualità non rare a quell’epoca. Oggi è ancora perfettamente conservato, anzi valorizzato dalla cura degli abitanti.

La piccola piazza a cui si accede dalla porta principale e su cui si affacciano anche il palazzo nobiliare e la chiesa offre un bellissimo panorama sulla vallata sottostante. L’interno del palazzo, tutt’ora di proprietà della famiglia Spinola, conserva ancora numerosi oggetti antichi e opere d’arte tra cui quadri di Rubens e Van Dyck ma purtroppo non è visitabile.

8. Sulla via del ritorno

E prendiamo finalmente la via del ritorno ripercorrendo a ritroso l’ultimo tratto di strada prima in direzione Mornese e poi Parodi Ligure – Gavi, sino all’incrocio tra la provinciale 175 e 168 (H) , dove già ci eravamo posi il dubbio se proseguire o tornare. Questa volta prendiamo la provinciale 168 e dopo qualche curva passiamo la frazione Cadegualchi. Da qui e sino al nostro passaggio sotto al paese di Parodi ci fa compagnia, sulla sinistra, l’inconfondibile profilo del castello di Montaldeo.

Il castello di Montaldeo visto da Parodi

Il castello di Montaldeo visto da Parodi

Già che ci siete, segnatevi il posto per tornare a Parodi Ligure il primo weekend di Agosto alla Festa degli Antichi Mestieri, quando tutto il paese rispolvera gli abiti tradizionali e mette in scena la vita contadina di un passato non così remoto quanto può sembrare. Vi aspettano un vecchio trattore Orsi impegnato nella trebbiatura, la scuola così come l’hanno vissuta i nostri nonni, un accampamento militare del XVII secolo, lo spettacolo delle marionette per i bimbi e lo spettacolo dei bimbi, le vecchine che filano, ricamano e intrecciano canestri, la pizzata in piazza, gli animali da cortile, la lotteria, il corteo storico rinascimentale e la focaccia alla salvia e rosmarino appena sfornata. Insomma qualcosa a metà tra la sagra di paese e un viaggio avanti e indietro nel tempo.

9. L’ex abbazia di San Remigio

Scendiamo i tornanti che ci portano alla piana dell’Albedosa, un’ampia vallata che sembra una coperta patchwork di campi di grano, patate, vigne e orti e dove sorge l’ex Abbazia di San Remigio, importante centro di potere e di produzione culturale nell’alto medioevo, oggi vessillo ed edificio storico recuperato dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, chiesa sconsacrata deputata ad ospitare manifestazioni culturali, durante le quali è possibile effettuare la visita.

Ex-abbazia di San Remigio a Parodi Ligure

Ex-abbazia di San Remigio a Parodi Ligure

10. Santuario della Madonna della Guardia di Gavi

Risaliamo la collina sino al campo sportivo di Cadepiaggio e poi ancora un paio di curve per arrivare in località Nebbioli dove si trova il Santuario di Nostra Signora Regina della Guardia di Gavi, uno straordinario punto panoramico da cui osservare tutta la Val Lemme dal monte Tobbio alla piana di Novi. Qui si trova anche la nostra cantina , proprio ai piedi del Santuario.

11. Gavi e la sua fortezza

Last but not least, dopo un paio di chilometri, eccoci finalmente a Gavi. Questa volta però la storia del forte e del paese, oltre 1000 anni di una storia ricca di eventi a partire dal 972 (data in cui si registra il primo documento ufficiale che menziona Gavi) sono veramente difficili da riassumere in poche righe. Allora, diremo solo di come, a causa della posizione strategica sulla via di comunicazione tra Genova e il Mediterraneo da una parte e la pianura Padana dall’altra, Gavi fu a lungo contesa, dall’XI al XVI secolo, tra Genova e i signori che dominavano Piemonte e Lombardia, il Barbarossa prima, poi i Visconti e quindi gli Sforza.

Il forte di Gavi domina il paese e i vigneti

Il forte di Gavi domina il paese e i vigneti

Nel 1528 però il feudo passò definitivamente in mano ai genovesi che lo tennero sino al 1815 quando la Repubblica di Genova fu annessa al regno di Savoia. E furono proprio i Genovesi a definire nel 1540 i tratti principali del forte di Gavi: una costruzione acquattata sulla sommità di una rocca, in parte costruita, in parte scavata nella roccia stessa.
Dopo circa un secolo però i Piemontesi riescono ad espugnare il forte e così quando i genovesi lo riconquistano decidono di ampliarlo e rafforzarne i bastioni di difesa. I lavori del 1640 sono quelli che sanciscono la fisionomia attuale ma in realtà gli interventi migliorativi furono pressoché continui fino all’avvento dei Savoia che trasformarono la fortezza militare in prigione, segnando l’inizio di un periodo di declino.
Sia durante la prima che la seconda guerra mondiale, il forte di Gavi accolse i prigionieri, Austriaci prima e poi alleati, soprattutto inglesi, alcuni dei quali furono protagonisti di una rocambolesca fuga.

Gavi "tipicittà": chiesa di San-Giacomo e Amaretti

Il campanile della chiesa di San Giacomo

Anche il paese merita però almeno una breve visita. Potete lasciare la macchina o la moto nella piazza principale (Piazza Dante), purché non sia domenica mattina, quando la piazza è chiusa per consentire lo svolgimento del mercato settimanale. Scendete lungo la via Mameli e a metà strada, alla vostra sinistra, incontrerete un’antica pieve romanica, la chiesa di San Giacomo, dall’originale campanile ottagonale non regolare.
Se dopo la visita alla pieve, vi infilate nel vicolo che lambisce l’abside della chiesa oppure le girate intorno infilandovi sotto l’arco che si apre a destra dell’ingresso principale, vi troverete in un grazioso loggiato affacciato sul Lemme.
Sulla via Mameli, ma anche sulle parallele via Garibaldi e via Monserito, si affacciano numerosi palazzi nobiliari, molti dei quali di origine medioevale, come rivelano alcuni basamenti, tra cui quello del palazzo comunale (“Palazzo di Città”).
Da alcuni anni, intorno alla metà di maggio si tiene la manifestazione “Gavi Città Aperta“. Questa è un’ottima occasione per accedere ai cortili di alcuni di questi edifici, altrimenti privati e chiusi al pubblico, accompagnati da guide che ne illustrano le caratteristiche architettoniche e raccontano le vicissitudini storiche degli antichi proprietari.
L’evento più prestigioso e noto è “di Gavi in Gavi” manifestazione enogastronomica che consente di abbinare il Gavi DOCG alle specialità culinarie tipiche della zona, andando a cercarle negli angoli più suggestivi del paese: un modo davvero coinvolgente di visitare Gavi e di “assaporarne” tutte le virtù!

Gavi: il portino in una cartolina del 1943

Gavi: il portino in una cartolina del 1943

Dopo una cinquantina di metri dalla chiesa di San Giacomo Maggiore, prendendo un vicolo a sinistra, vico Portino, troverete l’unica porta superstite (detta “Porta di Bagnacavallo” o “il Portino”) delle quattro che davano accesso alla città in epoca medioevale.

Infine, in fondo in fondo al paese, superato anche l’edificio che un tempo era il macello comunale e oggi ospita l’Enoteca Regionale del Gavi, si arriva al Molino del Neirone, un molino ottocentesco alimentato ad acqua con ruota di circa 10 metri: i proprietari sono persone gentilissime, spesso disponibili a farlo visitare e persino a mostrarne il funzionamento: il mulino è tutt’ora in perfetta efficienza e vi si possono acquistare ottime farine.

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12. Verso casa

Ora finalmente possiamo riguadagnare la strada di casa: usciamo da Gavi in direzione Arquata Scrivia ma all’altezza del convento dei frati Cappuccini (Convento di Nostra Signora delle Grazie di Valle) che vediamo alla nostra destra, svoltiamo a sinistra sulla strada provinciale 162 in direzione Monterotondo. Attraversiamo ancora una volta i vigneti e da qui puntiamo sul casello di Serravalle Scrivia, da dove eravamo partiti.

Felice rientro e tornate a trovarci!

13. Altre risorse utili per conoscere o visitare Gavi e dintorni